martedì 19 dicembre 2017

Pensieri a pochi giorni dal rimpatrio.

Gli ultimi mesi sono stati faticosi. Le ultime settimane in maniera particolare. Essere sfrattati è una strana esperienza. Da un lato si viene a contatto con persone che insospettabilmente si fanno avanti per darti una mano. Dall'altro c'è tutto il resto. Si comincia visitando case su case. A meno di non voler ricomprare tutto da zero, ad ogni visita bisogna fare calcoli: dove potrebbe stare cosa, di cosa ci sarebbe bisogno, quanto tempo ci vorrebbe per arrivare dove, e così via. Perciò si finisce inevitabilmente a fare progetti, e quindi ad investire delle emozioni in qualcosa che molto probabilmente non succederà, perchè l'appartamento sarà dato a qualche altro pretendente. O perchè nel costruire e ricostruire questi progetti ci si rende conto che è troppo piccolo, troppo grande, troppo scomodo, troppo rumoroso, troppo senza senso, troppo caro. Né si può fare a meno di questo investimento emotivo, perchè a non farlo si capiterebbe in un posto a caso e i problemi sarebbero semplicemente rimandati.
Poi, con fatica e compromessi, si trova un posto dove andare. Dopo tanto cercare è un sollievo, ma in realta non è che l'inizio. C'è ancora una vita da inscatolare, da spostare e riestrarre da un'altra parte. C'è un appartamento vecchio da rendere anonimo in modo che possa essere personalizzato da qualcun altro. Vecchi e nuovi padroni di casa da cercare di assecondare evitando di essere vilipesi o imbrogliati. E c'è un antro nuovo da rimettere in sesto perchè sia abitabile.
Questo processo è stato molto stancante, anche perchè non mi piace sapere che le cose sono fuori posto e se lo sono continuo a pensarci finchè il problema non è risolto, ma durante un trasloco tutto è fuori posto e non può essere sistemato che col tempo. Per cui dopo un po' rimangono solo stanchezza e frustrazione perchè niente è dove e come dovrebbe essere e non c'è prospettiva di miglioramenti rapidi. Cosicchè adesso sono un tantinello esaurito.
Anni fa un mio amico compiva la mia età quest'anno e mi disse di sentirsi a posto, al posto giusto della sua vita per l'età che aveva. Ci ho ripensato in questi giorni. In questo momento, a me sembra di essere al posto dov'ero a ventisei anni, ma senza averne più l'energia né il carico di entusiasmo per affrontare un futuro pieno di incognite ma anche di promesse. Ho solo voglia di tornare a casa. Inevitabile quindi è chiedersi come sono finito in questa situazione, se ne valesse veramente la pena e come fare per uscirne. Visto come funziona l'ambiente in cui lavoro, una condizione necessaria per non ritrovarsi al punto di partenza fra altri uno, due, tre anni sembrerebbe proprio quello di cambiare ambiente una volta per tutte. Letteralmente, non conosco nessuno che abbia fatto questo passo e se ne sia poi pentito. Non è però un passo facile, si tratta di scalare un macigno con tutto il travaglio che questo comporta. C'è però chi dice che ne vale la pena.

4 commenti:

  1. Caro giovane, si sa, siamo stati inculati bellamente quando ci hanno venduto come oro la merda della "fuga dei cervelli", aka emigrazione, assieme a tutto il resto.

    Non c'è alcuna speranza per noi in "accademia", mi pare evidente, quindi non vale nemmeno la pena preoccuparsene. Ad un certo punto, volenti o nolenti, ci troveremo a fare qualcos'altro. Nel migliore dei casi, insegnare in qualche scuola, nel peggiore mangiare dal cassonetto.
    Buone ferie!

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  2. Ahahah!
    "Ma per belzebù ha il merito di essere franco!"
    Va beh dai, ci vediamo durante le feste a sgarfare in qualche bidone.

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  3. È l'ottimismo che mi fa andare avanti.

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  4. 2 anni di disoccupazione, con il bonus del WBS che ti pagan un po'di affitto, io un pensierino a diventare cittadino europäischen lo farei.
    Chi batte i pugni, e chi batte cassa.

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