sabato 27 ottobre 2018

Autunno 2018.

Sono giorni strani, questi, sospesi.
Grandi cambiamenti sono in arrivo, ma non sono ancora qui, mentre il presente, quello che sarebbe da impiegare in maniera se possibile fruttuosa, sembra già appartenere a una vita passata e passa la voglia di affannarsi a fare alcunché. Così uno dopo l'altro si avvicendano i giorni, stancamente, perché dopo una giornata inconcludente si dorme male, a differenza del principe di Condé del quale si racconta che dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi, avendo egli la cosienza pulita.
Mi pare un po' di essere ritornato a nove anni fa, quando dopo la laurea non sapevo che avrei fatto di me e la soluzione più logica pareva quella di trovare qualcuno che mi sovvenzionasse il dottorato, perché che altra strada poteva avere altrimenti un laureato in astrofisica. Un paio di vite e di Paesi dopo, l'incertezza del futuro è simile, ma senza il dottorato a fare da paracadute psicologico.
La situazione italiana non sembra essere migliorata granché dall'ultima volta che ci ho abitato. Ciononostante non riesco a fare a meno di essere ottimista pensando che, in un modo o nell'altro, sto tornando a casa mia e tutto il resto è secondario. E' una visione beatamente ebete, tanto più che, strettamente parlando, casa mia è un po' più in su sulla destra. Chissà poi se lo è davvero ancora, se lo sarà sempre, o se ciò che si chiama casa dipende dalle circostanze. Però ecco, dopo essermi sentito per anni ospite altrui, ora forse potrò pensare questa è la mia casa, bella o brutta che sia.
Con cadenza regolare si legge di persone che se ne vanno, che se ne sono andate, che dicono "Qui ho potuto fare questo e quello, in Italia sarei ancora" seguono varie sfumature di condizioni di miseria. Nel 2015 sono emigrati in centomila, circa centoquindicimila nel 2016 e 2017, sono 285 mila nel 2018 (sembra sospetto un aumento di quasi un fattore tre, ci sarà un errore?), fa uno strano effetto andare in direzione opposta. Possibile che si sbaglino tutti? La paura peggiore è quella di ritornare e scoprire che un posto per me non si trova. Eppure, mi dico, se c'è una guerra in corso, come in effetti dev'essere, perché se mezzo milione di persone emigra in tre anni una guerra ci dev'essere per forza, pur regnando confusione totale su quali siano i contendenti, allora è necessario il contributo di tutti. Magari è da scemi rimanere, o ritornare, invece che stare al sicuro, ma se si rimane o si ritorna qualcosa da fare di buono si troverà per forza. Chissà.
Così, oscillando tra ottimismo e preoccupazione, uno dopo l'altro si avvicendano i giorni, stancamente, e si inoltrano in questo autunno 2018.

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