Chi decide di cosa parlare sui giornali e alla televisione?
Si parla molto di Venezuela, ultimamente. Non ne so granché, sebbene abbia letto qualcosa di generale sull'America Latina. So che non sono mai stato un estimatore di Hugo Chavez, per quello che può valere, perché non ho simpatia per machi ed egoarchi. Ma d'altra parte che immagine avevo io, dall'Europa, di Chavez? Mi sono posto il problema a Cuba, di fronte ai tanti murales che lo ritraevano, a volte solo, altre insieme a Nelson Mandela, con scritte come "Nuestro mejor amigo" e similari. La realtà che pensiamo di conoscere è la rappresentazione che ce ne fa qualcuno, cui attribuiamo credibilità confidando nella volontà sua e della sua testata giornalistica di conservare il buon nome e l'onorabilità. E se invece la narrazione, come va di moda dire al giorno d'oggi, fosse appunto narrazione, cioè racconto, e non reportage, magari perché chi narra o scrive non è terzo rispetto agli eventi ma ha degli interessi?
Non sono mai stato estimatore di Hugo Chavez, per quello che può valere, né di Nicolas Maduro. Ma meno che mai mi piace l'imperialismo. E quando si parla di America Latina, o si parla di calcio o si parla di imperialismo (a volte entrambe).
E se ciò che si legge o ascolta è stato prodotto nell'impero, o è brodo riscaldato di frattaglie cucinate dall'impero, forse è il caso di prenderlo con il beneficio del dubbio senza per questo diventare marxisti-leninisti.
Per chi ha tempo, questo articolo di alcuni giorni fa mi è stato consigliato e l'ho trovato molto equilibrato. Per chi ha settantaquattro minuti, questo documentario è di sedici anni fa ma potrebbe essere girato domani. Per chi è competente e non crede ai complotti, la lettura de "Le vene aperte dell'America Latina" sta aspettando.
Si parla molto di Venezuela, ultimamente. Non ne so granché, sebbene abbia letto qualcosa di generale sull'America Latina. So che non sono mai stato un estimatore di Hugo Chavez, per quello che può valere, perché non ho simpatia per machi ed egoarchi. Ma d'altra parte che immagine avevo io, dall'Europa, di Chavez? Mi sono posto il problema a Cuba, di fronte ai tanti murales che lo ritraevano, a volte solo, altre insieme a Nelson Mandela, con scritte come "Nuestro mejor amigo" e similari. La realtà che pensiamo di conoscere è la rappresentazione che ce ne fa qualcuno, cui attribuiamo credibilità confidando nella volontà sua e della sua testata giornalistica di conservare il buon nome e l'onorabilità. E se invece la narrazione, come va di moda dire al giorno d'oggi, fosse appunto narrazione, cioè racconto, e non reportage, magari perché chi narra o scrive non è terzo rispetto agli eventi ma ha degli interessi?
Non sono mai stato estimatore di Hugo Chavez, per quello che può valere, né di Nicolas Maduro. Ma meno che mai mi piace l'imperialismo. E quando si parla di America Latina, o si parla di calcio o si parla di imperialismo (a volte entrambe).
E se ciò che si legge o ascolta è stato prodotto nell'impero, o è brodo riscaldato di frattaglie cucinate dall'impero, forse è il caso di prenderlo con il beneficio del dubbio senza per questo diventare marxisti-leninisti.
Per chi ha tempo, questo articolo di alcuni giorni fa mi è stato consigliato e l'ho trovato molto equilibrato. Per chi ha settantaquattro minuti, questo documentario è di sedici anni fa ma potrebbe essere girato domani. Per chi è competente e non crede ai complotti, la lettura de "Le vene aperte dell'America Latina" sta aspettando.
Nessun commento:
Posta un commento