E com'è, un Europeo, vissuto nella capitale? Difficile a dirsi, come sarebbe stato in condizioni normali. Se avremmo avuto un crescendo di folla nelle strade fin dalla prima partita, se avremmo sentito parlare solo di calcio ininterrottamente per settimane. Con il fatto che di casa si esce poco e che la prima, seconda, terza e quarta notizia del giorno sono sempre numeri di morti, di contagi, di varianti, di vaccinati, è stato un torneo partito in sordina. Le prime partite le abbiamo guardate tranquillamente in streaming, sentendo a stento qualche boato dalla finestra al momento dei gol. Iniziata la fase ad eliminazione diretta anche l'attenzione è aumentata e si è cominciato ad assistere a quelle scene che uno si aspetterebbe da Roma, la città delle innumerevoli radio Roma e radio Lazio che parlano di calcio 24 ore su 24. I vicini di casa che montano un proiettore in giardino e guardano la partita sul muro della casa di fronte. Persone al semaforo che da un motorino a un finestrino aperto commentano l'infortunio a Spinazzola e come rimpiazzarlo. Chi si lamenta di Immobile, chi lo difende. Chiesa dal primo minuto o a partita in corso, in supermercato. E poi, partita dopo partita, qualche clacson comincia a riempire le sere d'estate. E poi guardare le partite in streaming è diventato difficile, perché lo streaming ha un ritardo di un minuto e se tutti stanno guardando la partita e tutti la stanno guardando sulla Rai in diretta, ecco che le cose le vieni a sapere un minuto prima. Rassicurante, in qualche modo, sapere che quel pericolo terribile che sta montando sarà disinnescato. E infine si è arrivati alla finale e per la finale c'erano file ovunque mostrassero la partita. Alla fine abbiamo trovato un bar dove la partita era proiettata in strada, su un lenzuolo montato tra lampioni, in occasione del compleanno di una madre di famiglia che compiva 57 anni, e i parenti che le cantavano "Antonella porta male, Antonella porta male" quando l'Italia non decollava, coro che è diventato rapidamente "Mattarella porta male, Mattarella porta male" e poi "Mattarella porta bene" quando hanno inquadrato il presidente dopo il pareggio. Una volante della polizia è passata ma non ha osato dire una parola, conscia che se c'è una cosa che può scatenare la rivoluzione è impedire di guardare una finale di calcio. E siamo stati lì, a sentire i commenti della romanità ivi presenti, tra ironia, tifo, disillusione. E poi, con quella parata finale di Donnarumma, una esplosione di entusiasmo a rispettosa distanza di almeno un metro gli uni dagli altri.
Perché alla fine chi ci credeva che una squadra con così poco talento sarebbe riuscita dove avevano fallito squadre che potevano schierare tra i migliori giocatori dell'epoca? Vero è che l'Europeo un po' si presta, storicamente, a queste sorprese. La Danimarca del '92, la Grecia del 2004, il Portogallo del 2016. E l'Italia nel 2020+1. E si diventa consapevoli dell'età che avanza quando si può cominciare a confrontare le vittorie e sconfitte del passato con quelle recenti. Se la vittoria al Mondiale del 2006 era stata bella per l'impresa contro la Germania in semifinale, che non poteva finire mutilata da una sconfitta in finale, contro l'odiata Francia poi, ma era arrivata alla fine di una partita orribile e noiosa, nervosa, questa è stata forse ancora meglio perché non era la squadra dei Baggio, i Totti, Del Piero, Pirlo, i giocatori a cui ci si affida perché cambino la partita in un secondo. Quelli, quest'anno, li avevano gli altri. L'Italia invece, per una volta, senza perdere la testa e provando a giocare fino all'ultimo minuto, si è aggrappata al collettivo e al non-mollare-mai. E che finisca con una sconfitta o una vittoria, cosa si può chiedere di più a una squadra?
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