giovedì 27 gennaio 2022

Giornata della memoria

Il 27 gennaio è la giornata della memoria. Non me lo ricordo mai. Ma me lo ricorda il profluvio di retorica che comincia dopo l'epifania fino all'apice, il 27 gennaio. Questo profluvio lo trovo onestamente insopportabile, sia nei modi sia nei toni seriosi. L'unica cosa peggiore di una tragedia è l'ostentazione di serietà e solennità nel parlarne da parte di chi, nei fatti, dimostra di ritenere che il lager sia germinato spontaneamente ad Auschwitz, a Dachau, a Mauthausen, e non che sia stato un processo. Un processo che nelle parole di Levi "non iniziò con le camere a gas. Non iniziò con i forni crematori. Non iniziò con i campi di concentramento e di sterminio. [...] Iniziò con i politici che dividevano le persone tra noi e loro. Iniziò con i discorsi di odio e di intolleranza. Iniziò quando la gente smise di preoccuparsene, quando divenne insensibile, obbediente e cieca, con la convinzione che tutto questo fosse normale". 

Non mi ricordo mai della giornata della memoria, ma quest'anno è una giornata della memoria speciale perché per impulso e merito di mio cugino quest'anno non si evoca Auschwitz come il prete evoca l'infermo, cioè un luogo di tragico orrore ma anche un luogo archetipico, distante. Quest'anno a Udine hanno conferito la medaglia d'onore a mio nonno. Mio nonno fu internato a Sandbostel, tra Brema e Amburgo, quando aveva 21 anni e per rispetto del suo ideale di Patria non fuggì dalla caserma come avevano fatto gli ufficiali all'indomani dell'8 settembre e rifiutò di entrare nell'esercito della RSI. C'è rimasto due anni, fino a quando il lager fu liberato dall'esercito inglese. Poi si ammalò gravemente e il suo ritorno a casa richiese altri mesi, mesi in cui la guerra era finita e la sua famiglia attendeva con ansia notizie di lui. Notizie che, per fortuna, infine arrivarono. Di tutto questo mio nonno non parlò mai, non con me almeno, e nemmeno mia nonna. Tutto ciò che ho sempre saputo, fino a qualche anno fa, è che il nonno "era stato prigioniero in Germania" e ciononostante ammirava i Tedeschi perché "c'era tanta brava gente".

Recuperare questa memoria sarà arduo e molti buchi rimarranno. Non capisco come sia possibile non aver mai raccontato molto. Allo stesso tempo, l'ha scritto Rigoni Stern, non si possono spiegare queste cose, coloro che le hanno vissute si riconoscono tra loro e si capiscono, gli altri ne sono esclusi. Sapendo ora di mio nonno, capisco meglio sia il suo silenzio, sia cosa intendeva Rigoni Stern. L'unica testimonianza di quel che accadde nel lager è in uno scritto del nonno in una raccolta di 75 anni fa, ormai introvabile, "Uomini e tedeschi. Scritti e disegni di deportati", Casa di Arosio, Milano, 1947, da cui si scopre per esempio a che mansioni erano adibiti gli I.M.I. e che un suo commilitone fu ammazzato davanti a lui il giorno prima della liberazione, quando tutti, prigionieri e Tedeschi, sapevano che ormai era finita. Ecco, da qualche anno la mia memoria del lager non è più il luogo mitologico della liturgia laica del 27 gennaio, bensì il luogo dove milioni di famiglie sarebbero potute esistere ma sono state spazzate via, mentre la mia famiglia poteva sparire ma per caso è stata risparmiata.

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