In questi giorni e` in corso l'International Documentary Film Festival Amsterdam (IDFA) e noi ieri siamo stati a vedere due film, uno al mattino di cui scrivo ora, uno alla sera di cui magari raccontero` un'altra volta.
L'IDFA e` proprio una bella manifestazione, ci sono moltissimi documentari da vedere ed e` spesso difficile scegliere. L'anno scorso la preselezione dei film potenzialmente interessanti tra i quali pescare quelli da andare effettivamente a vedere l'aveva fatta Sara, motivo per cui siamo finiti in sala per due documentari anti-multinazionalimalvage molto coinvolgenti emotivamente.
Quest'anno la suddetta preselezione l'ho fatta io, e alle dieci di mattina del sabato ci siamo trovati a Hebron, in Cisgiordania, a seguire la vita di tutti i giorni del manipolo di circa 800 cittadini ebrei in uno dei territori occupati circondato da 120.000 Palestinesi musulmani. Hebron non e` un posto come un altro nel mezzo del deserto, qui c'e` il sepolcro di Abramo, pertanto e` terra sacra per tutti, ebrei, musulmani e cristiani. Indovinate pero` chi e` che comanda, grazie allo spiegamento di forze militari e di polizia schierate non solo sui tetti del titolo, ma dappertutto a pattugliare le strade e obbligare i passanti a mostrare i documenti e farsi perquisire, come se il solo non essere ebreo fosse sinonimo di essere pericoloso.
La cosa migliore del documentario e` che l'autrice non si lascia andare alla minima considerazione personale sulla situazione, lascia che a parlare siano le immagini e i cittadini ebrei che intervista e che le spiegano le loro attivita` e lo svolgersi delle loro vite. I musulmani non vengono mostrati quasi mai, le loro vite non sono confrontate con quelle degli ebrei, non viene rivolta loro la parola. Parlano le immagini, attraverso l'assurdo disprezzo e il fondamentalismo religioso (e politico) di questi coloni nei confronti dei loro vicini di casa.
Ne emerge una situazione surreale, in cui le persone si odiano per ragioni stabilite da altri sulla base di pretesti talmente cretini da aggiungere ulteriore tristezza alla tragedia.
Non sembra che ci sia la possibilita` di uscirne in maniera normale, la cieca ottusita` dei "coloni" sembra troppo radicata perche` un altro Rabin possa ammettere un giorno che "forse ci siamo sbagliati", sempre che poi qualcuno dall'altra parte sia disposto ad accettare le scuse e a collaborare. Certo l'esistenza di due Stati appare affato destinata al fallimento, significherebbe solo spostare altra gente come fosse bestiame e creare nuovi problemi. Meglio piuttosto uno Stato laico, la Palestina, in cui ognuno crede in quello che gli pare e non rompe le scatole agli altri. Ma tra tutte, questa sembra la via meno realistica.
L'IDFA e` proprio una bella manifestazione, ci sono moltissimi documentari da vedere ed e` spesso difficile scegliere. L'anno scorso la preselezione dei film potenzialmente interessanti tra i quali pescare quelli da andare effettivamente a vedere l'aveva fatta Sara, motivo per cui siamo finiti in sala per due documentari anti-multinazionalimalvage molto coinvolgenti emotivamente.
Quest'anno la suddetta preselezione l'ho fatta io, e alle dieci di mattina del sabato ci siamo trovati a Hebron, in Cisgiordania, a seguire la vita di tutti i giorni del manipolo di circa 800 cittadini ebrei in uno dei territori occupati circondato da 120.000 Palestinesi musulmani. Hebron non e` un posto come un altro nel mezzo del deserto, qui c'e` il sepolcro di Abramo, pertanto e` terra sacra per tutti, ebrei, musulmani e cristiani. Indovinate pero` chi e` che comanda, grazie allo spiegamento di forze militari e di polizia schierate non solo sui tetti del titolo, ma dappertutto a pattugliare le strade e obbligare i passanti a mostrare i documenti e farsi perquisire, come se il solo non essere ebreo fosse sinonimo di essere pericoloso.
La cosa migliore del documentario e` che l'autrice non si lascia andare alla minima considerazione personale sulla situazione, lascia che a parlare siano le immagini e i cittadini ebrei che intervista e che le spiegano le loro attivita` e lo svolgersi delle loro vite. I musulmani non vengono mostrati quasi mai, le loro vite non sono confrontate con quelle degli ebrei, non viene rivolta loro la parola. Parlano le immagini, attraverso l'assurdo disprezzo e il fondamentalismo religioso (e politico) di questi coloni nei confronti dei loro vicini di casa.
Ne emerge una situazione surreale, in cui le persone si odiano per ragioni stabilite da altri sulla base di pretesti talmente cretini da aggiungere ulteriore tristezza alla tragedia.
Non sembra che ci sia la possibilita` di uscirne in maniera normale, la cieca ottusita` dei "coloni" sembra troppo radicata perche` un altro Rabin possa ammettere un giorno che "forse ci siamo sbagliati", sempre che poi qualcuno dall'altra parte sia disposto ad accettare le scuse e a collaborare. Certo l'esistenza di due Stati appare affato destinata al fallimento, significherebbe solo spostare altra gente come fosse bestiame e creare nuovi problemi. Meglio piuttosto uno Stato laico, la Palestina, in cui ognuno crede in quello che gli pare e non rompe le scatole agli altri. Ma tra tutte, questa sembra la via meno realistica.
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