domenica 27 maggio 2018

Dei cacciatori e delle prede.

Non è che gli insetti mi facciano particolare impressione e nemmeno i ragni. Anzi, i ragni li considero abbastanza affascinanti.
Fatto sta che l'altro giorno stavo uscendo dalla cantina del condominio dopo aver preso la mia bicicletta ed ho assistito alla scena di caccia di un ragno e la sua preda. Lui, il ragno, era una palletta di un centimetro di diametro, nulla in confronto ad Emilio, il ragno cacciatore che mi fu coinquilino a Mount Stromlo, però pur sempre sufficiente a far sobbalzare quando lo si vede calarsi di gran carriera dal soffitto, lungo un filo visibile solo a lui. Lei, la preda, era una di quelle fastidiose farfalle notturne che entrano in casa e vanno a sbattere contro le pareti facendo un baccano del diavolo.
Nulla di sorprendente, c'è un intero ecosistema giù in cantina.
E insomma lei, la preda, era rimasta impigliata in una ragnatela, ma essendo bella grossa l'aveva sostanzialmente divelta. Ma non riusciva a liberarsi completamente, per quanto tirasse e si dibattesse. Allora lui, il ragno, si è calato a tutta velocità lungo il filo della sua tela ancora attaccato al soffitto, ha raggiunto la preda, che era grande almeno il doppio, e si è messo a... boh? Forse l'ha morsa più volte per inniettarle del veleno? Forse ha tessuto nuova ragnatela per imbrigliarla più saldamente e impedirle di fuggire? Non lo so. Ammetto che non sono stato a guardare troppo, per una sorta di vago orrore che mi ha ispirato quella scena di caccia, una lotta per la sopravvivenza rappresentata impudicamente nell'aria viziata di uno scantinato qualunque.
Al ritorno, la sera, la farfalla notturna giaceva inerte, a schiena in giù, appesa a quello stesso filo. Ed è ancora lì a distanza di giorni, non so se il ragno vada di tanto in tanto a spolparla un po' alla volta. Non ci penso molto, ma l'episodio mi viene ricordato due volte al giorno e il vago orrore si rinnova. Forse non sono portato per la vita naturale.

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