domenica 20 maggio 2018

Un saggio.

Per tutta la vita credo di non aver mai letto saggi, perché si legge per distrarsi e se bisogna stare a studiare e a imparare anche la sera a letto che distrazione è? Non so se è una questione di età o di tempi bui sui quali sarebbe bello fare un po' di luce, fatto sta che nell'ultimo paio d'anni le abitudini sono cambiate. L'ultimo è stato "La scomparsa della Sinistra in Europa" di Aldo Barba e Massimo Pivetti, che ripercorrono la storia dei partiti socialdemocratici (principalmente in Francia, Regno Unito e Germania) negli ultimi sessant'anni e provano a spiegarne, se non le ragioni, almeno le dinamiche della progressiva marginalizzazione. Chi c'è stato può meglio di me dire se i fatti e gli argomenti presentati sono attendibili. Semplificando molto, la tesi è che due correnti principali animassero "le sinistre" europee, entrambe in opposizione all'ordine socioeconomico vigente. La prima corrente, in qualche modo legata alle rivendicazioni operaie, propugnava in varie forme l'impegno dello Stato come attore fondamentale per il miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice e il livellamento, con l'obiettivo dell'annullamento, delle differenze di classe. La seconda corrente era invece meno interessata agli aspetti economici e più concentrata sulla emancipazione individuale come strumento per superare l'ordinamento societario borghese e paternalista, del quale lo Stato sarebbe stato custode e pertanto nemico da abbattere. Per varie ragioni solo accennate, si capisce che questa seconda corrente alla lunga è diventata dominante, il che ha portato ad un progressivo oblio, nei partiti e movimenti socialdemocratici, delle questioni più strettamente economiche, ed in particolare del ruolo dello Stato nell'economia, in quanto considerate tecniche e non politiche. Le nefaste conseguenze di questo abbandono sono, tra le altre, il generale impoverimento culturale di questi movimenti e la sempre più completa identificazione tra l'essere "di sinistra" e l'interessarsi esclusivamente a questioni legate ai diritti civili, lasciando quindi al sistema dominante il compito di interpretare e guidare le questioni economiche e sociali e accettando le regole del capitalismo come un ineluttabile dato di fatto. Una resa intellettuale che in qualche modo corrisponde, aggiungo io, a lasciare allo zar il compito di fare la rivoluzione.
Al di là della bontà o meno delle tesi, si potrebbe obiettare che è facile parlare, dopo. D'altra parte l'intento degli autori non è quello di criticare per criticare, quanto di avviare una riflessione da cui partire per ricostruire, si spera, un movimento politico più consapevole, che abbia come obiettivo una società alternativa a quella capitalistica attuale, da concretizzare lottando per la piena occupazione, una equa redistribuzione del reddito, e così via.
Non sarà mai troppo presto per cominciare.

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