Maradona è il primo calciatore di cui abbia ricordo, insieme a Ruud Gullit. Quando giorni fa è uscita la notizia della sua morte (o della sua ascensione, se è vero ciò che dicono i più fervidi sostenitori), l'ho ricevuta dal più improbabile dei messaggeri, il cui interesse per il calcio è superiore solo alle scelte stilistiche di Chiara Ferragni (e no, non credo sappia chi è Chiara Ferragni, ma come dargli torto, non l'ho mai capito nemmeno io). Non ho pensato nulla di speciale. Giusto che era ancora giovane ma che forse, come cani e gatti, i suoi anni si contano in maniera diversa con tutto quello che ha vissuto.
Poi nei giorni successivi è stato il consueto diluvio di articoli e racconti dei ricordi di ciò che ognuno aveva fatto il giorno in cui Maradona aveva fatto questo o quell'altro. Il processo di beatificazione è partito. E del resto, citando a memoria: "Lei mi trovi uno di cui, quando muore, si parla male". Eppure, nel vedere i cortei, i pianti disperati di persone adulte di qua e di là dell'oceano, non ho potuto fare a meno di chiedermi: ma cosa ha fatto, quest'uomo, per toccare la vita di tutte queste persone in maniera così profonda e determinante, cosa ha rappresentato per loro, che oggi lo piangono come fosse il condottiero che ha guidato le brigate popolari nella battaglia di liberazione decisiva?
Non può essere solo il calcio. Su youtube ci sono giorni interi di video che mostrano le sue serpentine, i colpi di tacco, i palleggi sulla testa, le piroette, i passaggi, i gol, i giochi di prestigio. Ma ce ne sono altrettanti di Ronaldo, Ibra, Messi, Cristiano Ronaldo. Pensando a uno qualunque di loro, non riesco a immaginare un centesimo dell'affetto popolare che è riservato a Maradona. Sarebbe comodo credere che poiché il popolo è rozzo e cialtrone gli dai un calciatore di un'altra categoria, un cantante, un attore, e ne farà il suo idolo. Ma è ridicolo. Ma se anche fosse vero, allora dovrebbe esserlo anche per Ibra, Messi, Cristiano. E invece.
Sono giorni che me lo chiedo.
Forse c'entra il ricordo dei tempi andati, quando, ragazzi, vedevano un ometto tarchiatello portarsi a spasso un'intera squadra senza che potessero togliergli il pallone neanche a suon di botte, e sognavano che tutto fosse possibile. Poi quel sogno crescendo è sbiadito ed ora se n'è andato per sempre. Forse c'entra che Maradona, in qualche modo, è diventato un simbolo di riscatto. Prendiamo Platini, per esempio. Non è che gli mancasse talento, classe, visione del gioco. Però è arguto, aristocratico, giocava nella squadra più forte. Non sarebbe andato a giocare a pallone in un campetto di fango, Platini, perché Agnelli l'avrebbe vietato e lui avrebbe obbedito. Non si sarebbe sfondato di cocaina, perché avrebbe avuto un entourage a proteggerlo, e a proteggere il buon nome della squadra. Era troppo perfetto. Così come sono troppo perfetti gli altri, quelli professionali, quelli che non bruciano il loro talento ma lo coltivano. Maradona era un mascalzone e un farabutto, ha segnato di mano il gol più famoso del mondiale '86 (o forse il secondo gol più famoso, il primo è l'altro, quello del 2 a 0), le ha fatte tutte. Però, paradossalmente, è riuscito a comunicare a chi lo guardava l'idea di non essersi mai venduto, di essere rimasto sempre lo scugnizzo di talento che gioca a palla nei vicoli del quartiere.
Ora, se uno vive per un po' all'estero si rende conto che gli stereotipi sono duri a morire, a prescindere da professioni, titoli di studio e tutto il resto. Se sei italiano, peggio se del Sud, sei mafia, camorra, mammapizzamandulino, silvioberlusconi. Se sei sudamericano sei narcotraffico, ozio, ninosderua, miseria. Sei andato lì per lavorare perché nel tuo Paese d'origine non potevi farlo. Vai poi a spiegare le ragioni personali e pure storiche, sociopolitiche, economiche che hanno causato tutto questo, o anche le responsabilità dirette e indirette del Paese ospitante in questa situazione. In queste condizioni, è stupido cercare riscatto nel calcio. E però lì c'è uno come Maradona a irridere tutti e a far sapere che con tutti i soldi che potete avere, a Torino o nel resto del mondo "per bene", con tutta la vostra superiorità morale, c'è una cosa che non si può comprare, non si può irreggimentare, non si può piegare alle regole. Quel talento non lo avrete mai, rodetevi pure il fegato. E quel gol di mano, che per gli sportivi grida orrore, immagino sia il massimo della goduria per chi è abituato a subire, perché gliel'ha fatta due volte, il danno del gol e la beffa della scorrettezza passata liscia. Tutto questo è una recita, ovviamente, è tanta tanta retorica. E però quando Maradona sceglie di rimanere a Napoli anziché andare alla Juventus è come quando Riva sceglie di rimanere a Cagliari o Totti di rimanere a Roma anziché andare al Real Madrid. Nell'ambito della farsa teatrale non cambia niente, ma per qualcuno cambia tutto. Perché hai scelto di stare con noi e quindi sei uno di noi.
E se muori, perché a volte succede, muore un pezzo di noi.
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