
"Scheletri" è l'ultimo libro di Zerocalcare.
Qualche settimana fa, per l'esattezza sabato 31 ottobre, me lo sono trovato davanti in libreria, dov'ero andato in previsione di una nuova chiusura generalizzata. Se avessi saputo dell'uscita, magari avrei atteso l'onomastico o Natale per vedere se arrivava per altre vie, ma essendomi trovato a sfogliarlo, lì per lì l'ho preso in sostegno del libraio che, si sa, oggidì è un mestiere difficile. E poi, particolarmente in una città come Roma in cui ogni quartiere è un villaggio a sé stante tendenzialmente abbandonato a se stesso, le librerie indipendenti svolgono un ruolo di aggregazione sociale. Perciò, se si può dare una piccola mano, si fa.
Indugio in considerazioni sulla libreria perché del libro non posso dire niente, vedi mai che qualcuno capitasse qui prima di averlo letto. Ed essendo un giallo in salsa rebibbiana, non si può anticipare nulla.
Rispetto al libro precedente, "Macerie prime", è una storia molto diversa e in un certo senso più personale. O meglio. Se in "Macerie prime" ci siamo riconosciuti in tanti, avendoci trovato il senso di alienazione dovuto alla precarietà a cui ci ha condannato il modello economico comuniticida in cui ognuno è imprenditore di se stesso e la società e lo Stato sono dismessi, in "Scheletri" l'immedesimazione coi personaggi è più debole. Almeno per me. Non assente, perché il tema principale, ovvero il fare i conti con ciò che siamo stati vent'anni fa, è universale tanto quanto quello di confrontare la realtà con le aspettative che avevamo (che è uno dei temi di "Macerie prime"). Tuttavia, ciò che si era, ciò che si fece e ciò che erano e fecero gli amici di un tempo, ognuno lo considera e soppesa a modo suo e le esperienze di Calcare sono molto diverse dalle mie. Non solo per la distanza siderale che separa i rioni di Rebibbia (RM) e San Vito (TS). Ma anche, e forse a maggior ragione, perché lui è rimasto mentre io sono uno di quelli che ha tradito ed è uscito dal Raccordo. E tra chi esce e chi rimane si crea una gran differenza di percezione tra ciò che cambia e ciò che è, o dovrebbe essere, immutabile. Sed de hoc satis, ché forse ho già detto troppo.
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