domenica 22 agosto 2010


Finite le vacanze, adesso si ricomincia.

E dovendo ricominciare, viene da chiedersi chi me l'ha fatto fare di lasciare le montagne per tornare a Utrecht, ad affrontare il lungo inverno neerlandese e tutto il resto. Viene anche da rispondersi che me lo sono fatto fare da solo nove mesi fa, quando ho accettato il posto che mi avevano offerto qui.

E' strano come vanno queste cose... quando all'esame di matura i professori mi chiesero che cosa avrei voluto fare da grande, risposi che avrei voluto gestire un rifugio, o qualcosa del genere, in montagna. Il professore di matematica mi canzonò dicendo «Insomma il pastore!», e tutti gli altri a rimproverarlo temendo che mi potessi risentire per una battuta del genere. In realtà, a me fece molto ridere, perciò gli diedi ragione ridendo e festa finita. Non potendo fare quello, dissi, mi sarebbe piaciuto fare il giornalista, ma ritenendo una perdita di tempo fare scienze della comunicazione o una cosa del genere, andavo a fare fisica. Magari per cominciare come giornalista scientifico, e poi chi lo sa.

Alla luce di queste scottanti rivelazioni, è un po' strano ritrovarsi a Utrecht a fare il dottorato in astrofisica anziché essere perlomeno a Trieste a fare il master in comunicazione della scienza della SISSA. Ma chi può dire cosa succederà: in fondo Oddifreddi fa (faceva, ora mi sa che è in pensione) il professore di matematica, e

invece imperversa un po' dappertutto con i suoi libri e le sue opinioni su tutto, sempre richieste ma chissà perché considerate anche sempre sconvenienti, da minimizzare immediatamente come provocatorie. Credo che lui si diverta un mondo a seminare zizzania. Un po' come Mourinho.

Fatto sta che non sto per diventare giornalista e non sono in montagna, e non ho nemmeno cambiato idea su ciò che mi piacerebbe fare da grande, il che solleva qualche serio dubbio su un principio di schizofrenia che sembrerebbe affliggermi.

Magari se rinasco (e rinasco me stesso e non Bruce Springsteen, o Chris Cornell, o Eric Clapton) faccio più attenzione a quello che ho risposto ai miei professori alla matura quando devo scegliere cosa fare nel futuro.

Ad ogni modo, in montagna ci sono stato e questo non può essere che un bene.

Pace che ha piovuto, e pace che non ho potuto salutare il GroßVenediger che ora mi guarda beffardo dal desktop del Mac. Quando devo spiegare cosa porta una persona (ad esempio io) a camminare per ore, magari sotto la pioggia e senza vedere un accidente del mondo circostante, semplicemente per attraversare un passo e raggiungere un rifugio formalmente uguale a quello da cui era partita al mattino, cosa la porta a segarsi le spalle con le cinghie dello zaino, a stropicciare gli occhi per le gocce di sudore che ci finiscono scivolando dalla fronte, a soffrire per le vesciche, cosa la porta a farsi una doccia con l'acqua fredda e a dormire in un sacco a pelo in mezzo a perfetti sconosciuti che magari puzzano, russano e modulano nel sonno variegate flatulenze, ecco quando devo spiegare tutto questo mi mancano le parole, un po' come quando devo spiegare cosa sono andato a fare venti volte a un concerto di Springsteen. L'incapacità di spiegare denota, tra l'altro, una certa oculatezza nella mia momentanea scelta di non fare il giornalista, carriera per la quale si suppone che talune doti di chiarezza e sintesi siano auspicabili.

Sia come sia, suppongo che ciascuno sia spinto da ragioni proprie per sottoporsi a tutto questo. Ma una bella spinta (quanto meno per coloro che non sono lì per la grappa alla genziana, lo strudel e il senso di natura incontaminata di cui si può godere dal rassicurante interno di una stube guardando fuori dalla finestra. Per poterlo raccontare poi agli amici cittadini.) viene dalla ricerca dell'essenzialità.

A pensarci, cosa rimane di essenziale, nella nostra vita giornaliera? Niente davvero. Poco. Ci hanno convinti che alcune cose fossero indispensabili. Cose. Il telefono cellulare, ma l'umanità aveva retto benissimo senza telefonarsi dal mezzo della strada per 10000 anni. E così la macchina, il laptop e la piastra per capelli. Tutte cose utilissime, ma provate a metterle nello zaino e a portarvele a spasso per 8 ore. Ogni chilo in più nello zaino è un litro di sudore versato, una sosta in più. Una volta in marcia, cominci a chiederti se era proprio necessario portare due maglioni e tutte quelle magliette. E quella maledetta macchina fotografica pesa due chili e occupa un sacco di spazio, e non c'è niente da fotografare perché piove.

Eppure si va avanti, e la testa si svuota. I pensieri sono tutti a sollevare il piede, portarlo in avanti di una distanza variabile tra i venti centimetri e il metro, ripetere l'operazione con l'altro piede e proseguire in questo modo fino a quando non si è troppo stanchi per farlo o fino a quando non si raggiunge la meta provissioria, si essa un rifugio, un passo o una cima. E poi via ancora, un giorno dopo l'altro. La montagna. Fatta per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte.

Sembrerà strano che si possa trarre giovamento da tutto questo. Ha a che fare con il nostro modo di vivere, per il quale se non hai il cellulare non sei raggiungibile, se non sei raggiungibile non esisti, se non hai internet non esisti, se hai internet ma non hai facebook forse esisti ma non vengono a saperlo in molti perciò tutto sommato esisti pochetto. Invece quando cammini, pur essendo sudato, spettinato, senza internet e con il cellulare che non ha campo, esisti eccome perché altrimenti i piedi non ti farebbero così male. Callo, ergo sum. Zaino, ergo sum. Eccetera.

La consapevolezza di esistere non è una cosa da poco, altrimenti Cartesio non si sarebbe certo scomdotato tanto. Quindi si va, si cammina, si fatica, tutto per esistere. E possibilmente per continuare a farlo fino a sera, evitando di finire in qualche dirupo. Mi domando se a vivere in montagna a un certo punto non venga voglia di cose inessenziali. Non so... la brillantina, le camicie hawaiane, l'iPad. Probabilmente è così. Ma forse la montagna stessa, la confortante presenza delle sue linee sicure stagliate contro il cielo, aiuta comunque a dare alle cose la giusta prospettiva.

6 commenti:

  1. ma vuoi mettere nuotare intorno a un'isola e ammirare gli abissi e i pesci e i colori delle rocce e sentirti abbracciato dal mondo?
    Il corpo si espande ed è felicità piena. E non devi portare niente, solo una maschera.
    Ben tornato! Zmat

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  2. Ci sono persone che trovano quello di cui hanno bisogno nella montagna, e altre che lo trovano nel mare. Dipende da come si cresce, suppongo. Il mare per me e` spesso legato all'idea di chiasso, tamarri, maleducazione e cafoneria.
    Se avessi esperienza marinaresca sarebbe diverso. Ma non ne ho pur avendo vissuto 25 anni in una citta` di mare, e quindi il mare mi incute un vago timore. Ben diverso dal rispetto che provo per la montagna.

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  3. Mi hai ispirato una digressione filosofica.

    Ho l'impressione che un'intera generazione (forse più di una) chi più chi meno, chi con piena coscienza chi con nel sonno dello sconforto o della superficialità, viva questa esperienza: divisa tra un mondo che sente effimero, pieno di cose inutili, ma da cui comunque si sente attratta, legata, forse quasi costretta a vivere e una sete di essenzialità, di senso, di valore che batte nella sua anima e che sembra così distante dal mondo ordinario da far sorgere il dubbio che possa davvero trovare le forze per scendere fino al livello della realtà di ogni giorno.
    Là dove il sogno di "un'altra vita" non è solo un vago desiderio di evasione o un cullarsi nella fantasia per trovare un momentaneo sollievo dalle situazioni che non so, o pigramente preferirei, non affrontare la domanda che mi si impone con serietà è: come portare ciò che in me riconosco più vero, giusto e bello nel mondo? Coltivare con concretezza saldi ideali che possano ispirare le nostre azioni e decisioni richiede grande buonsenso, creatività e coraggio. Ed è, credo, il compito che l'uomo può scegliersi per conquistare la libertà.

    E dopo tutte queste ciance: buon ritorno al lavoro! E' stato bello averti con noi mentre eri a Trieste.

    -D.

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  4. L'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi. A volte, però, suona come musiche cantate in compagnia, una domenica pomeriggio.

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  5. Cavoli e chi se l'immaginava di dar vita a tutte queste riflessioni?

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  6. Tranquillo abbasso io il tono. Concordo con te Carlo: l'essenziale ognuno lo trova in luoghi e occasioni diverse. Per esempio io lo trovo nel caffé postprnadiale e nel cesso immediatamente conseguente.

    Bel post comunque.

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