sabato 4 settembre 2010

(D)istruzione

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere questo articolo.
Parla di un ricercatore italiano i cui titoli sono stati ritenuti non sufficienti per l'esame di professore associato, e che invece gli sono bastati per diventare professore ordinario all'università di Glasgow. Cose che succedono, in fondo. L'articolo la butta un po', come sempre, sull'«ecco facciamo andare via i nostri "ragazzi" migliori e se li prendono all'estero». In realtà la cosa che più mi ha colpito non è tanto questa. Immagino che non ci sia niente di male a ritenere non idoneo qualcuno, o i suoi titoli non sufficienti. Non è che se non mi assumono al MIT e invece mi prendono all'Università di Timisoara (che magari è un'ottima università, tra l'altro, che ne sappiamo noi?) qualcuno dirà mai «ecco questi Americani si lasciano sfuggire i talenti migliori e li prendono a Timisoara».
Quello che indispone è il fatto che a questo tale sia arrivata la risposta due anni dopo aver inviato i suoi titoli. E solo da Torino, visto che da Roma e Milano (le altre due università dove si era iscritto al concorso) non è ancora giunta voce. Questo è davvero indecente. E il fatto è che noi ci siamo abituati, a questo trattamento, perciò uno lo mette anche in conto di non venire a sapere nulla. Si rassegna a questo.

Poi come sempre sono contrario ai discorsi «Siamo costretti ad andarcene, resteremmo ma qui non ci sono possibilità» e cose del genere. Non che sia falso: per molti, come il tale dell'articolo, l'alternativa è tra lavorare e barcamenarsi. Ma non siamo emigranti del primo Novecento. Non stiamo partendo con gli ultimi sudati spiccioli, su un barcone che deve attraversare l'Atlantico, con in tasca ormai soltanto un buco e molte speranze per il futuro.
Non siamo nemmeno la manovalanza che dopo la guerra è andata in Svizzera, Francia, Belgio.
Chi lavora per un'università o un ente di ricerca è comunque un privilegiato, per quanto possa essere seccante, o difficile, andare a stare all'estero. Anzi, per gente come me è un'opportunità. Nei Paesi Bassi non contemplano nemmeno la possibilità di rimanere tutta la vita nella stessa università. Selma, la mia collega che tra qualche mese parte per Baltimora dove ha vinto una prestigiosissima fellowship allo Space Telescope, non le viene manco in mente di fare un discorso tipo «Eh... quanto sarebbe bello restare in Olanda, purtroppo non è possibile». Certamente spera di tornare a casa, e di avere un giorno un posto fisso qui, però sa che nessuno la prenderebbe sul serio se nel suo curriculum ci fosse scritto: studi a Utrecht, PhD a Utrecht, postdoc a Utrecht... Quando è venuta la commissione ministeriale a valutare la qualità della nostra università, Selma era una delle persone che è stata incaricata di fare un seminario di una ventina di minuti. L'ha provato con noi suoi colleghi, e con grande perfezionismo ha limato ogni singola diapositiva della sua presentazione in modo che fosse il più chiaro possibile. Questo perché, mi ha detto, allo scadere della sua fellowship negli States alcune tra quelle persone, sarebbe nel frattempo diventata rettore, o professore, o qualcuno in grado di assumere persone. Perciò, se voleva aumentare le sue speranze di tornare a casa e trovare un posto nei Paesi Bassi, le conveniva cercare di fare colpo su quelle persone, in modo che si ricordassero di lei.

Ecco, secondo me andarsene da casa e dal proprio Paese non è mai indolore per nessuno. Ma assodato questo, è davvero d'aiuto fare le vittime sempre?

8 commenti:

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  2. Sono appena stata ad una conferenza dove c'erano veramente una marea di italiani, menti brillanti e intelligenti. Eppure, solo una sparuta minoranza di questi lavorava in un'università italiana.

    Non dico che dobbiamo piangerci addosso o altro, però capisco l'amarezza di chi si sente "costretto" ad andarsene... perchè magari quel posto di professore in Italia non se l'è preso un pluripremiato ricercatore indiano, o un vero esperto da centinaia pubblicazioni, ma piuttosto viene dato all'amico dell'amico del cugino del senatore, e cose del genere.
    E allora, è ovvio pensare: perchè io devo andare a vivere in Minnesota o in Danimarca, lontano dai miei cari, per avere un riconoscimento a quello che faccio, mentre qui più del cv contano le parentele e le conoscenze?

    Se l'Italia fosse meritocratica davvero, allora ci sarebbe una vera e sana competizione tra scienziati, e oltre alla gente che se ne va all'estero ci sarebbe anche altrettanta gente che verrebbe qui a fare buona ricerca. E invece questi esempi sono piuttosto rari nel nostro paese...

    Inoltre, per quanto riguarda il sistema della flessibilità, per carità, è bello poter fare esperienze: tre anni qua e due anni là.. e non restare sempre nella stessa città. Però non sono d'accordo che un cv "laurea a TS, PhD a Ts, post-doc a Ts" valga come il due di picche.
    Bisogna vedere anche come uno impiega le sue occasioni e le possibilità, e non è detto che uno che ogni tre anni cambia città/stato sia per forza più produttivo o esperto o open-mind.

    Insomma, mai generalizzare, e casomai non bisognerebbe prendere sul serio il curriculum della gente che non ha combinato niente.. dettaglio che in Italia spesso viene trascurato.

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  3. Leggo poi che la Gelmini ha dichiarato:
    «Oggi contiamo che siano 229 mila i precari che hanno prestato servizio almeno per un anno, e non possiamo pensare di aggiungerli ai 700 mila insegnanti attualmente impiegati.»
    In totale, se non sbaglio, fanno 929 mila persone.

    Se il ministero della Pubblica Istruzione avesse come dipendenti solo docenti, sarebbe già la quinta azienda del pianeta dopo Wal-Mart, le ferrovie indiane, la State Grid (l’Enel dell’India) e la China National Petroleum.

    Tanto per darvi un’idea la Nestlé ha 250.000 dipendenti, la Microsoft ha circa 100.000 impiegati, l’ENI ne ha circa 80.000 e l’Unicredit 170.000. McDonald’s arriva a 450.000.

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  4. Non so se ho capito bene: secondo te sono troppi?
    Ma non pensi, Carlo, che ci sia una bella differenza tra la produzione di merci e l'istruzione pubblica, la formazione di cittadini liberi e responsabili? In Italia poi ci sono molti più ragazzi in età scolare rispetto a qualche anno fa, poichè gli immigrati hanno fatto figli (anche se non sono cittadini italiani a pieno titolo, ma solo residenti. Tu hai scritto che potevi votare pochissimo tempo dopo esserti trasferito in Olanda). E l'insegnamento esige un rapporto diretto interpersonale tra alunno e docente non segue protocolli o procedure indifferenti. E imparare a parlare bene la lingua del paese in cui vivi aiuta a ridurre le diseguaglianze. Magari forse sono stati troppi gli insegnanti di religione messi in ruolo, questo sì.
    E Bruna dice cose vere perchè la censuri?
    Ciao zmat

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  5. nono non sono stata censurata :) avevo sbagliato a scrivere una cosa nel commento e quindi l'ho cancellato, corretto, e riinserito! x quello c'è scritto post eliminato dall'autore :)

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  6. Ops...chiedo scusa.
    zmat

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  7. In realta` io dubito che ci siano quasi un milione di insegnanti. Mi sembra che questo dato faccia parte della lunga tradizione di numeri dati a caso, incominciata 16 anni fa con la ormai celebre "un milione di posti di lavoro"

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  8. Infatti, anche io sono piuttosto perplessa su questi dati. In particolare, non mi quadra il numero dei precari, che non credo si possa ancora conoscere, prima che sia finita tutta l'operazione di attribuzione degli incarichi (che quest'anno va per le lunghe più di prima).
    In questi giorni sono molto arrabbiata con la Gelmini, che come minimo ripete slogan, se non mente sapendo di mentire.
    Come fa ad attribuire la colpa del numero di precari ai governi precedenti?
    Nella scuola c'è e c'è sempre stato un certo numero di insegnanti non di ruolo, che è necessario per coprire supplenze e necessità che si presentano in corso d'anno. Era gente abilitata, iscritta in graduatoria, che lavorava e che con le supplenze accumulava punteggio e sapeva che , prima o poi, sarebbe entrata nei ruoli della scuola. Questo sistema a scorrimento nelle graduatorie in certi periodi era più veloce in altri più lento, ma aveva una sua logica.
    Adesso però tutta questa gente - forse non 220000, ma certamente in molti - con la meravigliosa riforma "epocale" della Gelmini, che ha ridotto l'orario di scuola, che ha eliminato materie, che ha aumentato il numero di alunni in ogni classe, che ha di fatto eliminato il tempo pieno, che ha reintrodotto il maestro unico, questa gente non avrà più la possibilità di lavorare. Non c'è più bisogno di insegnanti. Per questo protestano, non perché vogliono essere immessi direttamente in ruolo, come si vorrebbe far credere. Tremonti ha ordinato di risparmiare e, nella scuola pubblica, si risparmia così: riducendo il numero di insegnanti e peggiorando la qualità dell'insegnamento (perché in classi di 35 allievi, che pare siano state formate in alcuni licei, che cosa si potrà fare?) .

    Quelli che protestano e fanno lo sciopero della fame sono persone che hanno perso il posto di lavoro, che prima avevano e che adesso non avranno più. Gli hanno tolto anche la speranza di poterlo avere nei prossimi anni.
    Non mi venga a dire - come ha detto - che è tutta una strumentalizzazione politica. A chi ha perso il lavoro, a chi hai TOLTO il lavoro, non puoi parlare di strumentalizzazione politica, perché lo prendi in giro. Oltre al danno, la beffa.

    Intanto la moglie di Bossi gestisce una scuola privata padana, che si fa pubblicità dicendo che le classi non hanno più di 15 alunni e che ha avuto una sovvenzione dallo Stato di non so quante centinaia di migliaia di euro.
    Capito lo scherzetto?

    Sono contenta di non avere più figli a scuola. Ma ho lavorato per tanti anni a formare insegnanti, alcuni bravi e bravissimi (altri meno, come ben sai, ma tutti preparati) e mi viene da piangere a pensare che non metteranno mai più piede a scuola e che è meglio che cambino mestiere. Quale poi?

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