Non dalla nonna, come potrebbe sembrare ovvio, bensì allo stadio "Friuli".
Insieme a me c'erano un fratello, una cara amica, e un'altro po' di amici. Oltre a noi, all'incirca altre settecento persone, e con il passare delle ore il numero sarebbe cresciuto, fino a diventare trentamila, o quarantamila, non mi ricordo.
Ognuno di noi, aveva un numero su una mano e aspettava che, in qualche modo, la sua anima fosse presa, spremuta, rivoltata e restituita completamente stravolta a un corpo stremato e felice.
Eravamo, ovvio, in fila al concerto di Springsteen.In fila dalle 9 del mattino, verrebbe da dire come i «veri», ma non è così. Solo come coloro che vogliono essergli talmente vicino, da coglierne ogni espressione. I «veri», in realtà, sono ovunque, e in prima fila spesso ci sono molti «falsi» che però conoscono a memoria i racconti che fanno parte dell'epica del Boss, li ripetono a getto continuo, e si considerano una specie di parenti o collaboratori suoi solo perché lo hanno toccato e gli hanno suonato la chitarra sull'assolo di Born to Run. Era il primo concerto con la E-Street Band in regione, il secondo in assoluto di Springsteen dalle nostre parti. Dopo averlo visto a Berlino, Milano, Roma, Monaco, Londra, Parigi, Amburgo, Francoforte, Dublino, Colonia, Vienna, vederlo venire a Udine sembrava un po' come andare a una scampagnata fuori porta, e «ci sarà anche il vecchio Bruce che suona un paio delle sue canzoni».
C'è la tensione che si accumula i giorni prima, a partire da quando c'è da comprare i biglietti. Dopo diversi anni e qualche concerto, si incomincia un po' ad abituarsi al fatto che, in un modo o nell'altro, un biglietto lo si trova. Mio fratello, per esempio, è venuto a Dublino senza biglietto ed ha trovato da chi comprarlo. Una volta sono andato a Parigi con un biglietto in più, e ho trovato a chi venderlo. In qualche modo si fa, specie se il Nostro suona negli stadi. In palazzetto, continua ad essere difficile, ma un modo lo si trova. Di solito. E' questo "di solito" che frega, perché "di solito" non è sempre. Perciò la tensione c'è eccome, un picco incredibile al momento di accaparrarsi i biglietti, poi scema lentamente nei mesi che separano la prevendita dal concerto e poi, imprevedibile, ricomincia a salire quando bisogna mettersi in viaggio. Andrà tutto bene, arriveremo in tempo, riusciremo a essere davanti? Poi la noia della fila, delle ore di attesa nel caldo, tra la gente più assurda, quelli che alle sei si alzano in piedi e ti costringono ad alzarti anche se il concerto inzia alle otto, o più tardi ancora. Tutto questo si accumula e si accumula. Se è il tuo sesto concerto nel giro di tre settimane, com'era per me un anno fa, inizi a porti qualche domanda. La risposta a qualunque domanda è un atto di fede: ne vale la pena. Come spesso accade con gli atti di fede, ci si vuole credere ma in fondo all'animo rimane un piccolo granello di dubbio, di stanchezza, che impedisce di trascorrere compassati l'attesa.
Poi Bruce sale sul palco, e non c'è spazio più per nient'altro.
Non c'è spazio per la stanchezza. Non c'è spazio per la rabbia. Non c'è spazio per niente.
Ogni stilla di energia è concentrata su un solo obiettivo.
Bruce Springsteen.
L'attenzione, ogni sentimento, sono catturati da lui. Quando ascolti la voce di Springsteen incisa su un disco, senti che sta parlando a te, e che quella canzone l'ha scritta per te. Non ti senti mai solo perché sei consapevole che lui ti ha capito. Se non ti capisse, non avrebbe potuto scrivere quella canzone che parla esattamente di te, di te come sei in quel momento.
Ma quando ascolti Springsteen cantare dal vivo...
Non è questione di bravura a suonare e a cantare. Tanti lo sono, e alcuni magari tecnicamente più dotati di lui. Ma quando Springsteen sale sul palco, sale perché ognuna delle persone che lo sta guardando possa andare a casa a fine serata e dire: ho assistito a qualcosa di unico.
Non, ho assistito a un bel concerto. Ho assistito a qualcosa di unico, qualcosa che mi ricorderò.
Un anno dopo, un anno di silenzio dopo, non posso fare a meno di pensare che manca.
Dopo due anni passati in tour, è ovvio che tutti dovessero prendersi una pausa, anche io.
Ma ci sono momenti in cui penso che vorrei essere di nuovo lì, sotto quel maledetto palco, a vedere un sessantenne arzillo che canta, suona, balla e si dimena come se avesse trent'anni in meno. Credo che sia perché gli esseri umani, chi più chi meno, hanno bisogno di credere che i miracoli avvengono. A volte la fede non basta, San Tommaso doveva essere una gran brava persona ma dopo che gli hanno crocefisso il maestro ha probabilmente attraversato un periodo in cui era un po' giù. E di credere di nuovo in qualcosa non doveva avere tanta voglia. Perciò ha voluto toccare. Ecco, se questo è San Tommaso che è un santo, immaginarsi noi comuni mortali.
Bene.
I concerti di Springsteen questo ti danno: la certezza tangibile, per tre ore di concerto e per molti giorni a venire, che tutto può accadere. Anche i miracoli.
Mercoledì scorso ero a Roma, per lavoro. All'una del pomeriggio circa uscendo dalla stazione Termini nel Piazzale dei Cinquecento sotto il sole che picchiava e con due ore di attesa davanti prima dell'appuntamento previsto in una delle tante sedi romane inventate dalla burocrazia delle Regioni, improvvisamente mi sono sentito sollevato dal ricordo di una giornata simile, anzi quasi uguale, di un anno fa, di un arrivo sotto il sole alla stazione Termini della metropolitana per iniziare l'ultimo tratto del cammino di avvicinamento al Foro Italico per il concerto del 19 luglio. Una sfaticata quella sì degnamente compensata.
RispondiEliminaHey hey hey! What you say Sherry Darling! :)
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