martedì 8 marzo 2011

Andare all'Altro Mondo.

E così venerdì sono partito.
A mezzogiorno per la stazione di Utrecht. Alle 12.58 per Schiphol. Alle 15.30 per Madrid, che mi ha accolto alle 18, fredda piatta e piovosa come l'Olanda che avevo lasciato. Solo qualche collina un po' discosta e la meravigliosa parlata ispanica rivelavano che l'ambiente asettico e internazionale dell'aeroporto non era più lo stesso dal quale ero partito. E poi, all'una di notte, con quasi un'ora di ritardo a causa di un acquazzone, mi sono ritrovato su un airbus che sembrava non finire mai, per il mio primo viaggio oltre l'Oceano.
Un viaggio interminabile in cui non sembra nemmeno di muoversi, tanto è tranquillo il bestione che ci trasporta, tutti e trecento i passeggeri a diecimila e più metri di quota. Vedendo i carrelli di cibo e bevande che periodicamente passano lungo i viali della cabina passeggeri, per la prima volta in vita mia mi rendo conto del miracolo della scienza e della tecnica, capace di sollevare tutto questo bizzarro ammasso promiscuo di ferraglia, persone ed alimenti, e portarlo in mezzo al cielo come fosse una piuma. Per la prima volta, mi rendo conto che se l'uomo è riuscito a fare questo, allora può fare ogni cosa.
Il viaggio è lungo e noioso, e durante la notte mi sveglio più volte.
Ognuna di queste, ne vale la pena.
La prima, sbircio fuori dal finestrino e nel buio totale della notte, squarciato periodicamente dalla luce dell'ala sinistra, mi compare la Via Lattea luminosa e bassa sull'orizzonte come mai l'avevo vista prima. Dobbiamo essere all'altezza dell'Equatore, circa. La seconda volta che mi sveglio, l'Atlantico è quasi alle spalle e sotto di me appaiono le luci di una città costiera, certamente brasiliana, e chissà quale delle tante nel nord dell'immenso paese sudamericano. Sul Brasile, immediatamente, compare una coltre di nubi che impedirà di vedere ogni cosa, eccezion fatta per l'alba, che qualche ora dopo mi si para davanti in tutto il suo misterioso splendore. E' il terzo risveglio di una notte lunga ed emozionante. Poi sorvoliamo il Paraguay, e l'umidità che saliva dalla foresta brasiliana di colpo scompare, lasciando intravedere pianure sterminate squarciate da interminabili strade rettilinee che sembrano partire dal nulla e nel nulla scomparire.
Poi ricominciano le nuvole, ma a questo punto a dormire non ci penso ormai più. Sono dispiaciuto perché il mio arrivo in Cile sarà anonimo, perso nello strato cirrocumulare che impedisce lo sguardo. Ma poi, inattese come miracoli, squarciando il mantello di nuvole, compaiono le cime delle Ande ed è uno spettacolo che non si può descrivere. Le vedo ancora, senza bisogno nemmeno di chiudere gli occhi, innevate ed austere, imponenti e maestose. Sono alte, altissime. Stiamo volando a diecimila metri di quota, eppure sembra di passarci attraverso, di averle a fianco, il nostro gigantesco aeroplano d'improvviso sembra un rumoroso moscone che s'incunea minuscolo tra gli immensi passi di montagna. Sono felice che il mio primo viaggio intercontinentale mi abbia portato qui, e che l'emozione di questa prima esperienza rimanga per sempre legata a questa immagine di bellezza assoluta. Persino le Dolomiti, forse le più suggestive montagne del mondo, devono inchinarsi di fronte allo spettacolo mozzafiato delle Ande.
E poi c'è l'arrivo a Santiago, il controllo dei documenti alla frontiera a cui non ero più abituato nell'Europa priva di confini, e l'ansia per una valigia che sembra non arrivare mai.
E poi l'uscita nella zona arrivi dell'aeroporto, con un centinaio di tassisti che cercano di offrirmi i loro servigi, finché uno di loro non mi dice di seguirlo con una sicurezza tale che penso sia l'autista di uno dei bus navetta organizzati dalla conferenza, per poi scoprire che non lo è quando mi chiede dove devo andare e poi mi offre di portarmici per 67000 pesos.
E poi trovare l'autista vero, ed altri astrofisici del Vecchio Continente che come me devono andare a Viña del Mar. Ma il bus navetta ha una gomma a terra, perciò bisogna aspettare che ne arrivi un altro mentre il nostro autista si dà un gran da fare per sostituire il copertone forato.
E poi, un'ora più tardi, il viaggio da Santiago verso Viña del Mar, e l'avvincendarsi rapido di panorami e vegetazione diversi e, per la prima volta, la vista di alcuni lama al pascolo.
Infine l'arrivo a Viña, una città dal traffico caotico e piena di turisti, moltissimi santiaguiñi giunti fin lì per passare il fine settimana al mare. Orrenda come tutte le città nate per essere località balneari, enormi obbrobri di cemento a violentare ogni metro di una costa meravigliosa che si tuffa dentro l'immenso Oceano Pacifico.
E l'hotel coloniale, che sembra il set del Sarto di Panama di Le Carrè, con il personale in livrea e i tuttofare della reception che ti portano le valige in camera prima che tu possa impedirglielo.
Non sono semplicemente agli antipodi.
E' veramente un altro mondo.

4 commenti:

  1. Bea Kerlo, divertiti, ed esplora le meraviglie del pisco saur, che e' peruviano, pero' secondo me lo trovi anche li'...ciauuu

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  2. Qui c'è il pisco sour e il pisco sour peruiano, e finora ho sempre disdegnato il secondo (rimedierò al mio prossimo viaggio in Perù) mentre il primo non me lo sono fatto mancare nemmeno un giorno! Buonissimo!

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  3. Grintah!

    Grazie per l'ospitalità neerlandese, non dimenticare di citare santiago come la città dei mille contrasti e goditi il sudamerica (leggi:invidia per te che sei in sud america ;) ) !

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