giovedì 20 aprile 2017

Miserabili.

"I miserabili" non l'avevo mai letto.
Un mattone niente male, la cui trama puo` essere riassunta come segue. Un potatore ruba per fame e, processato, ottiene cinque anni di lavori forzati, diventati poi venti per un paio di falliti tentativi d'evasione, che equivalgono a un ergastolo giacche` lo stigma sociale di essere stato galeotto lo accompagna ovunque anche dopo aver scontato la pena e pare ineluttabilmente condannarlo alla recidivia. Invece, l'incontro con una persona buona muta l'inevitabile in evitabile ed egli trascorre il resto della sua vita tentando di fare del bene alle persone che incontra, sebbene esse siano invariabilmente esseri orribili. Miserabili che non hanno altra guida nelle loro vite se non chi la gozzoviglia, chi la legge, chi l'imbroglio e la menzogna, chi un'insopportabile boria. Gli unici che si distinguono per essere capaci di azioni disinteressate in favore di qualcun altro sono il protagonista, la persona buona di cui sopra, e un paio di personaggi secondari tra cui un bambino che si prende cura di due mocciosi sperduti per le vie di Parigi. Tutti gli altri sono, chi piu` chi meno, spregevoli guidati solo dal loro istinto a compiere atti piu` o meno abietti. Non esattamente cio` che serve a farsi una bella opinione del genere umano. A complemento di questa storia, l'autore propone molte digressioni e riflessioni che aiutano a farsi un'idea della societa` del tempo, a grandi linee i decenni dalla rivoluzione francese al quarantotto. O almeno, la societa` com'era percepita da Victor Hugo. Per quanto non possa dirmi entusiasta, a leggerlo non si puo` non ammettere che, mutatis mutandis (e mi scusino le gentili signore [cit.]), ne "I miserabili" ci sia gia` tutto. Tutto cio` che si vede oggigiorno, tutto quel che serve a capire cosa succede quando vacillano le barricate alla miseria costruite in decenni di dure lotte, rivendicazioni sindacali, battaglie dei partiti dei lavoratori.
Mi sono preso nota di alcuni passi che mi hanno colpito.

«Finché esisterà, a causa delle leggi e dei costumi, una dannazione sociale che in piena civiltà crea artificialmente degli inferni, e aggiunge una fatalità umana al destino, che è divino; finché i tre problemi del secolo, la degradazione dell'uomo nel proletariato, l'abiezione della donna per fame, l'atrofia del fanciullo per tenebra, non saranno risolti; finché, in certi settori, sarà possibile l'asfissia sociale; in altre parole, e da un punto di vista ancor piú ampio, finché esisteranno sulla terra ignoranza e miseria, libri di questa specie potranno non essere inutili».

«Sia detto en passant, ma che cosa laida e` il successo! La sua somiglianza menzognera con il merito inganna gli uomini. Per la massa, il successo ha quasi le stesse sembianze della supremazia. Il successo, sosia del talento, ha saputo sempre ingannare la storia. Solo Tacito e Giovenale ne dubitarono».

«Si chiese se la societa` umana poteva avere il diritto di far subire egualmente ai suoi membri, in un caso la sua imprevidenza irragionevole, nell'altro caso la sua previdenza spietata; e di incastrare per sempre un pover’uomo tra un difetto e un eccesso, difetto di lavoro, eccesso di punizione.  Se non fosse esorbitante che la società trattasse così proprio i suoi membri più mal dotati nella ripartizione dei beni compiuta dal caso, e di conseguenza i più degni di protezione.  Posti e risolti questi problemi, egli giudicò la società e la condannò.  La condannò al suo odio».

«Dopo l’ultimo degli uomini viene il forzato. Il forzato, per dir così, non è più simile ai vivi. La legge gli ha tolto tutta l’umanità che è possibile togliere a un uomo».

«Hanno due madri, matrigne entrambe: l’ignoranza e la miseria. Hanno una guida; il bisogno e, per tutte le forme della soddisfazione, l’appetito. Sono brutalmente voraci, cioè feroci, non come tiranni, ma come tigri. Dalla sofferenza quelle larve passano al crimine, filiazione fatale, generazione vertiginosa, logica dell’ombra».
 

«Vincere ad Austerlitz è grande; prendere la Bastiglia è immenso».

«Quelle ch'essa [la famiglia Borbone, n.d.C.] chiamava le sue concessioni, erano le nostre conquiste; quelle che chiamava le nostre usurpazioni, erano nostri diritti».
 

«Si e` preteso a torto di fare della borghesia una classe. La borghesia è solamente la parte soddisfatta del popolo. Il borghese è l’uomo che ora ha il tempo di sedersi. Una sedia non è una casta.  Ma, per volersi sedere troppo presto, si può fermare addirittura la marcia del genere umano. Spesso questo è accaduto per colpa della borghesia.  Non si è una classe perché si fa uno sbaglio. L’egoismo non è una delle divisioni dell’ordine sociale».

«Primo  problema:  Produrre  la  ricchezza.  Secondo  problema:  Ripartirla.  Il primo problema contiene la questione del lavoro.  Il secondo contiene la questione del salario.  Nel primo problema si tratta dell’impiego delle forze, nel secondo della ripartizione dei profitti.».

«Dal buon impiego delle forze deriva la potenza pubblica.  Dalla buona ripartizione dei profitti deriva la felicità individuale.  Per buona ripartizione bisogna intendere non ripartizione uguale, ma ripartizione equa.  Dalla combinazione di queste due cose, potenza pubblica fuori e felicità individuale all’interno, risulta la prosperità sociale.  Prosperità sociale e cioè l’individuo felice, il cittadino libero, la nazione grande».


«Sapere è un viatico, pensare è di prima necessità, la verità è nutrimento così come il frumento. Una ragione, a digiuno di scienza e di dottrina, dimagrisce. Compiangiamo, al pari degli stomaci, le menti che non mangiano; se c’è qualcosa di ancor più straziante di un corpo che agonizza per mancanza di pane, è un’anima che muore dalla fame di luce».

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