martedì 1 ottobre 2019

Ritorno in Portogallo.

Dopo la lunga estate romana, trascorsa a preparare richieste di fondi che chissà, forse, un giorno saranno approvate, o forse no, e allora tanto spremersi sarà stato vano, è arrivata a settembre, quando i Romani tornano a brulicare forsennatamente nelle strade, l'ora delle vacanze. Anche quest'anno, come è accaduto quasi sempre negli ultimi anni, la meta era un'isola. Un arcipelago, per la precisione. Le Azzorre.
Di ritorno da quell'arcipelago siamo passati per un fine settimana lungo a Lisbona, e comincerò da lì perché non mi piacciono le storie che finiscono male. E Lisbona, che tanto mi era piaciuta sette anni fa quando c'ero stato la prima volta, è cambiata assai e questo mi ha lasciato dell'amarezza.
Intendiamoci, è sempre bella. Ma la Lisbona che mi era piaciuta, quella delle pasticcerie a ogni angolo dove fare scorpacciate di dolcetti all'uovo, quella dei ristorantini oscuri e sconosciuti dove bere vino buono e mangiare bacalhau freschissimo per pochi spiccoli, o dove aggirarsi tra monumenti e chiese centenarie nella quiete totale, ecco, quella Lisbona forse non c'è più. O, se c'è, non è dove l'avevo lasciata.
Le belle case del centro, che forse negli anni sono andate disabitate a causa delle difficoltà economiche, sono state comprate da catene di hotel e trasformate in alloggi per turisti. Le botteghe sono scomparse e sostituite da ristoranti tutti rigorosamente di "cozinha típica portuguesa" o da pastelerie tutte lì quanto meno "dal 192...". Ma quando mai, in un posto, c'è bisogno di scrivere che la cucina è di quel posto? E di dove dev'essere, se no? E se lo devi scrivere, non è sospetto? E se un caffé è lì da novant'anni, è perché fa da punto di aggregazione sociale e quindi gli abitanti del quartiere lo sanno, mica glielo devi ricordare, o no? Forse no, se nel frattempo il quartiere è diventato un parco giochi per turisti, che si ammassano per le stradine come formiche, e si sente parlare solo tedesco e olandese, francese a volte, italiano nei pressi dei monumenti e dei musei. Tuk tuk che scarrozzano turisti su e giù per le colline della città neanche fossimo a Mumbai, monopattini elettrici che sfrecciano con a bordo visitatori galvanizzati dalla velocità.
Io non voglio avere l'esclusiva del turismo, e se Lisbona piace a me è giusto che piaccia anche agli altri. Ma qual è il limite di turisti oltre il quale una città perde la propria natura e diventa altro, e ciò che si visita non è più la città, ma la sua rappresentazione per un disattento pubblico low cost? Mai avrei pensato di poter mangiare male, a Lisbona, non a cena e certamente non a colazione, e invece... E d'altra parte, se invece di servire i locali, coi turisti ad adattarsi, si servono i turisti, coi locali altrove, allora la qualità del servizio è destinata ad abbassarsi. O quanto meno, ad uniformarsi a ciò che vogliono i turisti. I quali, se vengono dal nord Europa, avranno tanti pregi ma certo non quello di saper distinguere cosa è buono da mangiare.
E così, nonostante la sua bellezza, questa volta lasciare Lisbona è stato un piccolo sollievo.

Il sempre stupefacente Oceanario.

Vista su Lisbona dal Park, locale gggiovane nel Bairro Alto.

Ponte 25 Aprile sopra il Tejo.

Lisbona dal Castello di Sao Jorge.

Ad Alfama.

Museo Berardo, dettaglio.

Sempre il ponte 25 Aprile, dal lato Belem.

Monumento a Enrico il Navigatore e all'epoca delle scoperte geografiche.

Il chiostro del Mosteiro dos Jeronimos a Belem.

Visitatrice al Mosteiro dos Jeronimos.


P.S.: per puro caso, oggi mi sono imbattuto in due articoli che parlano proprio della "evaporazione delle città". Si parla di Roma, Firenze e Venezia, prevalentemente, ma lo stesso discorso si applica paro paro anche a Lisbona: uno e uno due.

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