Dopo la lunga estate romana, trascorsa a preparare richieste di fondi che chissà, forse, un giorno saranno approvate, o forse no, e allora tanto spremersi sarà stato vano, è arrivata a settembre, quando i Romani tornano a brulicare forsennatamente nelle strade, l'ora delle vacanze. Anche quest'anno, come è accaduto quasi sempre negli ultimi anni, la meta era un'isola. Un arcipelago, per la precisione. Le Azzorre.
Di ritorno da quell'arcipelago siamo passati per un fine settimana lungo a Lisbona, e comincerò da lì perché non mi piacciono le storie che finiscono male. E Lisbona, che tanto mi era piaciuta sette anni fa quando c'ero stato la prima volta, è cambiata assai e questo mi ha lasciato dell'amarezza.
Intendiamoci, è sempre bella. Ma la Lisbona che mi era piaciuta, quella delle pasticcerie a ogni angolo dove fare scorpacciate di dolcetti all'uovo, quella dei ristorantini oscuri e sconosciuti dove bere vino buono e mangiare bacalhau freschissimo per pochi spiccoli, o dove aggirarsi tra monumenti e chiese centenarie nella quiete totale, ecco, quella Lisbona forse non c'è più. O, se c'è, non è dove l'avevo lasciata.
Le belle case del centro, che forse negli anni sono andate disabitate a causa delle difficoltà economiche, sono state comprate da catene di hotel e trasformate in alloggi per turisti. Le botteghe sono scomparse e sostituite da ristoranti tutti rigorosamente di "cozinha típica portuguesa" o da pastelerie tutte lì quanto meno "dal 192...". Ma quando mai, in un posto, c'è bisogno di scrivere che la cucina è di quel posto? E di dove dev'essere, se no? E se lo devi scrivere, non è sospetto? E se un caffé è lì da novant'anni, è perché fa da punto di aggregazione sociale e quindi gli abitanti del quartiere lo sanno, mica glielo devi ricordare, o no? Forse no, se nel frattempo il quartiere è diventato un parco giochi per turisti, che si ammassano per le stradine come formiche, e si sente parlare solo tedesco e olandese, francese a volte, italiano nei pressi dei monumenti e dei musei. Tuk tuk che scarrozzano turisti su e giù per le colline della città neanche fossimo a Mumbai, monopattini elettrici che sfrecciano con a bordo visitatori galvanizzati dalla velocità.
Io non voglio avere l'esclusiva del turismo, e se Lisbona piace a me è giusto che piaccia anche agli altri. Ma qual è il limite di turisti oltre il quale una città perde la propria natura e diventa altro, e ciò che si visita non è più la città, ma la sua rappresentazione per un disattento pubblico low cost? Mai avrei pensato di poter mangiare male, a Lisbona, non a cena e certamente non a colazione, e invece... E d'altra parte, se invece di servire i locali, coi turisti ad adattarsi, si servono i turisti, coi locali altrove, allora la qualità del servizio è destinata ad abbassarsi. O quanto meno, ad uniformarsi a ciò che vogliono i turisti. I quali, se vengono dal nord Europa, avranno tanti pregi ma certo non quello di saper distinguere cosa è buono da mangiare.
E così, nonostante la sua bellezza, questa volta lasciare Lisbona è stato un piccolo sollievo.
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| Il sempre stupefacente Oceanario. |
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| Vista su Lisbona dal Park, locale gggiovane nel Bairro Alto. |
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| Ponte 25 Aprile sopra il Tejo. |
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| Lisbona dal Castello di Sao Jorge. |
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| Ad Alfama. |
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| Museo Berardo, dettaglio. |
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| Sempre il ponte 25 Aprile, dal lato Belem. |
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| Monumento a Enrico il Navigatore e all'epoca delle scoperte geografiche. |
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| Il chiostro del Mosteiro dos Jeronimos a Belem. |
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| Visitatrice al Mosteiro dos Jeronimos. |
P.S.: per puro caso, oggi mi sono imbattuto in due articoli che parlano proprio della "evaporazione delle città". Si parla di Roma, Firenze e Venezia, prevalentemente, ma lo stesso discorso si applica paro paro anche a Lisbona:
uno e
uno due.
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