L'ambientamento a Roma passa, oltre che per le spese al mercato e al negozio di alimentari del quartiere, oltre alle gite al Municipio per ottenere una carta d'identità o ai Castelli per il tradizionale pranzo fuori porta della domenica, oltre che per le passeggiate in centro o tra i vicoli delle borgate, oltre che per le mangiate di carbonara, abbacchio e carciofi alla giudia, oltre a tutto questo passa per la letteratura locale. E dunque, a un certo punto non ho più potuto rimandare la lettura della "Storia" di Elsa Morante.
Ecco. "La Storia" è un romanzo ambientato a Roma letto il quale non si può più attraversare San Lorenzo senza provare un brivido al ricordo dell'episodio del bombardamento, o dell'incontro con il soldato tedesco, o a quello della deportazione degli ebrei dallo scalo ferroviario. Dopo il quale ponte Garibaldi non serve solo a raggiungere Trastevere passando sopra l'isola Tiberina, tutt'altro, è il passaggio che porta dalla scuola di Ida al ghetto. Andando verso San Paolo non si vedono più le case del quartiere Ostiense, bensì i prati con la tenda di alberi dove giocavano Useppe e Bella. E' un romanzo sulla povertà e sulla resistenza alle avversità, in cui tutti devono affrontare montagne molto più grandi di quanto è umanamente sopportabile, la guerra, la fame, la violenza, il dolore e la perdita.
Soprattutto, "La Storia" è un romanzo che dalla prima pagina ti avvisa che ti strazierà il cuore senza un briciolo di pietà, perché la Storia pietà non ne ha, specie per chi è nato poveraccio. Al punto che mi è venuto il dubbio che De Andrè pensasse alla Morante quando ha immaginato l'amante crudele che "disse portami domani / il cuore di tua madre per i miei cani" . E ciononostante lo leggi sperando che non succeda davvero ciò che, si capisce, non può far altro che succedere, ma fino all'ultimo speri. E poi finisce, finisce com'era annunciato che finisse da tanti indizi seminati qua e là, nell'unico modo in cui poteva finire. E neanche piangere aiuta.
Ecco. "La Storia" è un romanzo ambientato a Roma letto il quale non si può più attraversare San Lorenzo senza provare un brivido al ricordo dell'episodio del bombardamento, o dell'incontro con il soldato tedesco, o a quello della deportazione degli ebrei dallo scalo ferroviario. Dopo il quale ponte Garibaldi non serve solo a raggiungere Trastevere passando sopra l'isola Tiberina, tutt'altro, è il passaggio che porta dalla scuola di Ida al ghetto. Andando verso San Paolo non si vedono più le case del quartiere Ostiense, bensì i prati con la tenda di alberi dove giocavano Useppe e Bella. E' un romanzo sulla povertà e sulla resistenza alle avversità, in cui tutti devono affrontare montagne molto più grandi di quanto è umanamente sopportabile, la guerra, la fame, la violenza, il dolore e la perdita.
Soprattutto, "La Storia" è un romanzo che dalla prima pagina ti avvisa che ti strazierà il cuore senza un briciolo di pietà, perché la Storia pietà non ne ha, specie per chi è nato poveraccio. Al punto che mi è venuto il dubbio che De Andrè pensasse alla Morante quando ha immaginato l'amante crudele che "disse portami domani / il cuore di tua madre per i miei cani" . E ciononostante lo leggi sperando che non succeda davvero ciò che, si capisce, non può far altro che succedere, ma fino all'ultimo speri. E poi finisce, finisce com'era annunciato che finisse da tanti indizi seminati qua e là, nell'unico modo in cui poteva finire. E neanche piangere aiuta.

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