mercoledì 21 dicembre 2022

Letteratura postcoloniale

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Una foto a caso presa dal sito di InQuiete.

 

 Al Pigneto ogni anno si celebra un festival di letteratura femminile che si chiama InQuiete. Il Pigneto infatti è un quartiere che si specchia nella propria fama di ribellione e diversità, ospita un bar libreria femminile gestito da sole donne rigorosamente lelle, come si dice da queste parti, che è anche uno dei promotori del festival, oltre ad innumerevoli altre iniziative a favore delle minoranze sfortunate del mondo, dagli artisti incompresi agli omosessuali agli immigrati ai transgender. Ma a prescindere da tutto questo, Inquiete è un bel festival dove, oltre alle venerande madri del femminismo capitolino come Lidia Ravera e Serena Dandini, capita di imbattersi in autrici che altrimenti chissà se le si sarebbe mai scoperte.

Quest'anno abbiamo assistito a un incontro con le scrittrici Helena Janeczek, Jana Karsaiová ed Elvira Mujcic moderato da Nadeesha Uyangoda. La particolarità delle autrici è che sono tutte di origine straniera ma scrivono in italiano e questa, ho scoperto, è quella che si chiama letteratura postcoloniale. La discussione verteva sulla scelta e le difficoltà di scrivere in una lingua diversa da quella madre, in quella che la Karsaiová ha affettuosamente definito la lingua dei figli, e sui significati di tale scelta. Alcune delle risposte hanno riverberato con le esperienze che si fanno vivendo all'estero per un periodo prolungato e nell'insieme è stato proprio un evento ben riuscito. Al punto che abbiamo deciso di comprare i libri.

Quello, anzi quelli, di Helena Janeczek sono rimasti sul banco perché non hanno fatto scattare nessuna scintilla. E poi lei è fresca vincitrice del premio Strega, non ha di certo bisogno di vendere copie ai festival desinistra. Quello della Mujcic "Consigli per essere un bravo immigrato" aveva una copertina bruttissima, ma lei era sembrata così una cara persona nei suoi interventi che l'abbiamo preso, e così pure "Divorzio di velluto" della Karsaiová di cui ambivamo a scoprire come aveva saputo intrecciare il romanzo con gli eventi storici evocati dal titolo. "L' unica persona nera nella stanza" della Uyangoda invece sembrava il tipico libro per coloro che ambiscono a sentirsi colpevoli di essere italiani, di essere bianchi, di non essere abbastanza attenti ai drammi delle minoranze, e che non vedono l'ora sentirsi migliori perché sono stati a Inquiete, hanno ascoltato la Uyangoda e hanno comprato il suo libro. Tutto lasciava presagire che fosse così, anche la prova madre di leggerne una pagina a caso, metodo quasi infallibile che uso per decidere se un libro può piacermi o meno. E tuttavia la copertina era molto bella, perciò l'abbiamo preso comunque, sperando di sbagliarci. Ma non ci sbagliavamo. Gli altri due, invece, sono belli oltre le aspettative.


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