martedì 21 dicembre 2010

Pensieri della vigilia.

Domani si voterà in Senato la legge Gelmini.
Gli studenti si stanno organizzando per scendere in piazza, mentre dalle autorità piovono provocazioni per far scoppiare qualche bello scontro di piazza che li faccia sentire come quando erano giovani e gli scontri li causavano loro.
Intanto i sindacati di polizia sono tornati a protestare ad Arcore, per la seconda volta in un mese. E dicono "se ci saranno incidenti il responsabile è Gasparri". Robe incredibili.
La speranza è che non ci siano incidenti, come al corteo di Firenze dopo il G8 di Genova. Quando anche la Fallaci scrisse un articolo delirante che si meritò l'imitazione di Sabina Guzzanti. Doveva venire giù Firenze, e non successe assolutamente NIENTE. Questa è la speranza, anche se stavolta più del solito sono preoccupato che si perda il controllo.

Nei Paesi Bassi, mentre da un lato siamo impegnati a sperare di tornare a casa senza essere bloccati dalla neve in treno o in aeroporto, dall'altro cerchiamo di far sentire la nostra voce di "universitari italiani d'Olanda" e abbiamo mandato una lettera a giornali e siti internet per esprimere il nostro dissenso. Il testo lo copio qui di seguito.

Speriamo bene.

Siamo un gruppo di studenti, dottorandi e ricercatori italiani che lavorano nei Paesi Bassi.
Scriviamo per esprimere la più indignata disapprovazione per la cosiddetta Riforma Gelmini dell'Università e dell'istruzione in Italia.
Vogliamo anche spiegare la scelta di lavorare nei Paesi Bassi, che è strettamente legata al nostro dissenso per la cosiddetta Riforma, e più in generale per la politica intrattenuta dai diversi Governi nel corso degli ultimi trent'anni.
Sia chiaro fin d'ora che l'immagine degli emigranti costretti a partire in cerca di fortuna senza bagaglio e con le scarpe di cartone non ha nulla a che fare con noi: ciascuno ha una diversa storia che l'ha portato nei Paesi Bassi, ma ciò che ci accomuna è che partire è stata una libera decisione. Abbiamo scelto di cogliere un'eccezionale opportunità di crescita personale e professionale, di metterci alla prova in un ambiente internazionale così diverso da quello dove siamo nati e cresciuti.
Abbiamo scelto di trasferirci in un Paese in cui il nostro lavoro è valorizzato ed incoraggiato, e dove ci vengono forniti tutti gli strumenti necessari a svolgerlo nelle migliori condizioni possibili, senza essere costretti ad implorare per due soldi e un po' di considerazione.
Abbiamo scelto di trasferirci in un Paese in cui chi decide di lasciare la carriera accademica dice che "cambia mestiere", non che "va a lavorare": perché il nostro è considerato un lavoro, al pari di un poliziotto, un impiegato o un carpentiere, e non siamo costretti a vivere con l'umiliazione quotidiana di essere bollati come un peso per lo Stato e per i contribuenti, come se non fossimo noi stessi dei contribuenti.
Abbiamo scelto di trasferirci in un Paese in cui la cultura è realmente considerata importante e, sebbene la crisi economica abbia colpito anche qui, non si perde occasione di promuovere attività divulgative nelle scuole, per le strade, alla radio e alla televisione, affinché la cultura sia un bene accessibile a tutti.
Abbiamo scelto di trasferirci in un Paese in cui, per il posto di lavoro che occupiamo, dobbiamo ringraziare solo noi stessi e il nostro impegno, e non la benevolenza pelosa di qualche protettore.
Per tutte queste ragioni, quella che abbiamo fatto potrebbe essere ritenuta la scelta più semplice. Non è così, e non è stata indolore o a cuor leggero.
Abbiamo lasciato il nostro Paese e le nostre famiglie, senza una chiara prospettiva di tornare in Patria. I dottorandi e ricercatori olandesi, per contro, vanno all'estero consci che arricchiranno il loro curriculum vitae e, forti delle loro nuove esperienze, torneranno dopo qualche anno a lavorare nei Paesi Bassi. Noi questa consapevolezza non l'abbiamo, né possiamo averla, e la ragione di ciò è che l'educazione e la cultura non sono considerati valori in cui investire, bensì un privilegio che non ci possiamo permettere.
La mentalità diffusa che la ricerca di base sia inutile, che gli universitari (studenti e lavoratori) siano dei fannulloni privilegiati, va sradicata e sostituita dalla consapevolezza che la cultura e l'istruzione sono l'acqua potabile di una Nazione.
Siamo convinti di questo: l'unico modo per ottenere questo cambio di mentalità è investire nell'istruzione.
Derek Bok disse: "Se pensate che l'Istruzione sia costosa, provate l'ignoranza." In Italia sono anni che stiamo "provando l'ignoranza", e il degrado culturale della nostra Nazione è il risultato di questo.
Fino a quando il valore della cultura non sarà riconosciuto e la dignità di chi lavora nell'istruzione e nella ricerca non sarà rispettata, fino a quando le uniche parole spese su questi argomenti saranno gli sterili piagnistei per la "fuga dei cervelli", fino ad allora noi non avremo la possibilità di tornare a casa.

2 commenti:

  1. esprimere apertamente le proprie idee insieme ad altri e denunciare le ingiustizie sono manifestazioni intrinsecamente pacifiche. Violento è sempre chi reagisce e provoca perchè non sopporta, non tollera di non poter fare ciò che gli pare o semplicemente non sopporta di essere contraddetto e teme la frana delle proprie granitiche conformiste convinzioni depositate in un cervello che non lavora.
    Mi piace ricordare che a Firenze c'era il prefetto Serra così come a Roma in seguito fino a 3 anni fa'. Un uomo educato colto e civile.
    Ho visto un bellissimo film documentario sulle orchestre giovanili create a partire dal 1978 in Venezuela da Martin Abreu. Commovente. Ora sono diventati 300mila i bambini e ragazzi che a scuola ci vanno anche e soprattutto per suonare insieme ciascuno il proprio strumento. Mi ha colpito, tra le tante immagini, uno strisione alto di traverso su una strada:
    DIO PERDONA L'IGNORANCIA NO!
    presto zmat

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  2. Il Fatto Quotidiano e Micromega hanno accettato di pubblicare la nostra lettera! E' bello sapere di avere una voce, e ancor di più sapere che qualcuno l'ascolta! Ora speriamo bene!

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