Non credo che ne avrei mai sentito parlare, se non fosse che il film tratto da questo libro è stato un successo di pubblico e di critica, come si suol dire quando si vuole enfatizzare che non si sta parlando di Transformers, ma proprio di un film che (forse) vale la pena di vedere.
Però il film non l'ho visto, perciò non posso esprimermi. Torniamo dunque al romanzo.
Dopo la biografia di Gesù, un'altra (auto)biografia decisamente più profana che con la precedente ha in comune solo il fatto che il protagonista è ebreo. In questo caso ebreo canadese, tal Barney Panofsky. Un individuo bieco, dalle maniere spicce, alcolizzato, fanatico dell'hockey, produttore di pattume televisivo di cui si vergogna ma che gli consente di fare un sacco di soldi. Accusato dell'omicidio di un suo amico, e assolto per insufficienza di prove. Con tre matrimoni alle spalle: due dei quali fallimentari fin dal principio e il terzo, quello con l'unica donna di cui sia mai stato innamorato, distrutto strada facendo. Insomma, un disastro completo. Barney racconta la sua versione della propria vita, per rispondere alle accuse mossegli, seppur indirettamente, da Terry McIver, un suo conoscente di gioventù poi diventato in Canada celebre scrittore, seppure (secondo Barney) senza avere un briciolo di talento.
Il racconto procede caotico, e lo stile assomiglia molto a quello di un monologo teatrale o cinematografico (nessuna sorpresa che ne abbiano fatto un film dunque), un flusso di coscienza che spesso, deviato dall'alcol e dall'eta', si perde in molti rivoli ma alla fine riesce in qualche modo ad arrivare a destinazione, e a tratteggiare un quadro del protagonista. Il quale emerge, per sua stessa ammissione, come un bugiardo patentato, perciò non è chiaro se bisogna credere a una sola parola o se invece tutti gli avvenimenti sono narrati in una versione riveduta e corretta. Barney si dipinge come un mascalzone e racconta le miserie della propria vita con ironia: forse proprio grazie a questo viene, per qualche insana ragione, da credergli.
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