giovedì 10 ottobre 2013

Ricorrenze.

Ieri cadeva l'anniversario della morte del Che. Non se n'è parlato granchè, mi pare. Forse il Che non interessa più a nessuno, come il comunismo in fondo. S'è parlato molto di più del Vajont, forse perché era il cinquantesimo, e si sa che i multipli di dieci e di cinque fan sempre effetto, figurarsi il 50 che è multiplo di entrambi. Per onorare la memoria, in casa abbiamo guardato lo spettacolo teatrale di Marco Paolini del 1997. Per chi nel '63 non c'era ancora, questo rimane il modo migliore per rivivere le vicende che segnarono quell'epoca. Il monologo è stupendo, tiene incollati allo schermo a dispetto della stanchezza. Non lo ricordavo nemmeno così duro, e invece la mezz'ora finale lascia senza fiato per la tragedia che incombe da vicino e le autorità competenti sono completamente cieche, si macchiano di un crimine per cui nessun responsabile sarà mai riconosciuto. Anche perché i giornalisti del tempo si uniscono nel ignorare prima e piangere alla catastrofe naturale poi. Con l'eccezione di Tina Merlin. Io del Vajont ho un solo ricordo, non mio bensì del papà. In panetteria insieme a mia nonna, la mattina del 10 ottobre si videro superare da un carabiniere, che disse al panettiere che avrebbe portato via tutto quello che c'era. Mia nonna deve aver detto qualcosa tipo: «Ma come, ho bisogno del pane per la mia famiglia!». Il carabiniere rispose: «Signora, lei non sa cosa c'è lassù».
Ecco, questo ricordo non mio mi fa sempre venire la pelle d'oca.

4 commenti:

  1. Il Dott. Cirri di caterpillar ha scritto questo riguardo la prima riga del tuo post: Se io fossi Ernesto Guevara de la Serna, più noto come Che Guevara o semplicemente el Che, oggi che è il 9 ottobre 1967, starei per morire.
    Mi hanno catturato ieri nella giungla boliviana, vicino al villaggio de La Higuera. Sono ferito alle gambe. Ero lì per portare la rivoluzione, o per creare un esercito rivoluzionario e poi entrare nel mio paese, l’Argentina. Non è andata bene. Pensavamo di dover affrontare solo l’esercito boliviano, male armato e poco equipaggiato. Ma appena gli americani hanno saputo che sono qui hanno inviato la Cia ed i consiglieri delle forze speciali, quelli esperti nei combattimento nella giungla. Ci hanno circondato, non avevamo informazioni – la radio per sentire Cuba non funziona – e pochi viveri.
    Adesso sono qui, chiuso nella piccola scuola del paese, dove ho passato una brutta notte. Ho chiesto se potevo avere qualcosa da mangiare, perché mi piacerebbe morire a stomaco pieno. Mi hanno portato montone con patate. Un po’ pesante, ma tant’é.
    Dopo morto verrò legato ai pattini elicottero e portato in una città. Mi metteranno su un piano di lavaggio dell'ospedale e mi mostreranno alla stampa. Le ultime foto, poi un medico militare mi amputerà le mani. Poi faranno sparire il mio corpo.
    Verrò ritrovato 30 anni dopo, il 28 giugno 1997, in una fossa comune vicino alla pista di volo. Adesso sto a Cuba, in un mausoleo nella città di Santa Clara, dove nel 1958 avevo vinto la battaglia decisiva della rivoluzione cubana. C’è una grande statua con la scritta Hasta la victoria siempre.
    Quello che ho rappresentato io, Ernesto Che Guevara, su scala globale non ha proprio vinto. A pensarci bene neanche pareggiato. Ma per tanti continuo a rappresentare qualcosa. E anche questa è una vittoria.

    Massimo Cirri

    RispondiElimina
  2. Caspita, questa storia di "Mi dia tutto il pane che ha" la ricordo dalle profondita' della mia memoria, mi sembra di essere stato molto piccolo quando l'ho sentita. Non ho mai saputo che fosse per il Vajont. O hai una memoria anagrafica superiore dall'eta' di due anni, o lui l'ha raccontata di nuovo.

    RispondiElimina
  3. L'ho raccontata di nuovo. Racconto sempre le stesse storie

    RispondiElimina