domenica 16 ottobre 2011

Indignati.

Ieri, mentre Roma era in procinto d'esser messa a ferro e fuoco, io ho espresso la mia indignazione facendo un giro in bicicletta nella campagna neerlandese, approfittando del bel sole che è venuto a trovarci giovedì e che rimarrà in visita fino a domani. La temperatura però è già decisamente invernale, pochi gradi sopra lo zero fino a pomeriggio, quando è diventata un po' più mite (ma non molto). Alex, il mio anarcollega greco, è invece andato a Bruxelles alla manifestazione indignata internazionale, che pare essersi svolta pacificamente e piacevolmente lungo le strade della capitale. Io sono stato a lungo indeciso se aggregarmi oppure no.
Alla fine ha prevalso il no, sebbene il giorno di ieri per certi versi potrà dirsi storico: per la prima volta, contemporaneamente in tutto il mondo le persone "normali" decidono di dire "basta" alla politica asservita alla finanza, e di far sentire la voce di chi ha subito le manovre ardite di speculatori e politici corrotti ed ora sarà costretta a pagarne anche il conto. Per inciso, quando sento parlare degli indignati mi viene sempre in mente Meacci Indignata Anna che dice «Ma... ma la figliola di Clinton...», il che non favorisce la seria e serena ponderazione.
Sì, c'erano buone ragioni per andare a manifestare. Però alla fine ho riflettuto sul fatto che la mia partecipazione si sarebbe limitata a un "fare presenza", comunque importante forse, ma secondo me non abbastanza. Mi sarei sentito di andare baul e tornare casson. Oltretutto, mi sarei potuto permettere di pagare il biglietto del treno grazie al cospicuo stipendio generosamente versatomi dall'unico (o quasi) Paese Europeo che non partecipava alla giornata mondiale dell'indignazione. Perché qui il capitalismo funziona bene, ed ha funzionato bene per 500 anni (salvo pochi momenti difficili, come la crisi dei tulipani nel '600). Passi poi che questa ricchezza si fonda sulla miseria di qualche milione di persone in Africa, e sulla malnutrizione degli abitanti della Nigeria il cui alimento principale, il pesce pescato nel Niger, è avvelenato dai pozzi e dalle raffinerie della Shell. Io sono uno dei primi beneficiari di questo sistema, che sfrutto comodamente per i miei computer, i miei viaggi intorno al mondo e tutto il resto. E dovrei andare a fare l'indignato in piazza? Si può obiettare forse che l'indignazione non è rivolta ai benefici del capitalismo, ma ai danni che sono causati dal mercato privo di regole, dall'avidità di chi in quel mercato sa muoversi senza scrupoli. Beh, credo che sia troppo comodo volere le rose senza le spine. La nostra ricchezza, che ci piaccia o no, si basa sull'ingiustizia. Fino a qualche anno fa, quest'ingiustizia riusciva ad essere confinata abbastanza lontano da noi, e potevamo farci raccontare che non ci riguardava, che erano i soliti negri incapaci d'altro che morire ed ammazzarsi tra loro. Ora quel sistema ha bisogno di nuove vittime, ed ha cominciato ad inglobare anche noi (non ancora me, altrimenti non avrei il mio meraviglioso MacBook dal quale tenere aggiornato il mio blog, ma si sta avvicinando e forse un giorno arriverà).
Adesso ci svegliamo. Adesso ci indigniamo.
Beh, francamente mi pare un po' tardi per indignarsi ora.
Dopo anni passati ad indignarmi e a passare per idiota, per "ragazzo-contro" e cretinate del genere, l'unica cosa che mi viene la voglia di dire è: indignatevi quando entrate al supermercato, regno degli sprechi, indignatevi e fate la spesa di conseguenza, indignatevi quando buttate la spazzatura considerando il volume e il peso dei vostri sprechi, indignatevi per la temperatura sahariana nei negozi d'inverno e polare d'estate, indignatevi davanti alle troppe luci accese e ai rubinetti aperti, indignatevi quando pregate. Indignatevi e andate a votare. Questo è quando mi indigno io, e scusate se non mi sono indignato ieri, ma c'era il sole ed ero di buon umore.

1 commento:

  1. Caro amico,
    grazie per questo tuo posto. Leggendolo mi si è un pò di pià chiarito quel mix di sensazioni e stati d'animo che sto vivendo da quando sono in Cina. Quella specie di riconoscenza mista a vergogna quando passo tra le linee di produzione dovuta alla consapevolezza che alla fine sono lì perché il mio mondo è avido di manodopera a basso costo e bramoso di profitto e comodità. Quella malinconia mentre guardo fuori dal finestrino durante il tragitto tra fabbrica ed albergo. Quella rabbia e smarrimento quando mi chiedo: perché alcuni pensano che i cinesi sono un popolo di coglioni e non vedono le contraddizioni, la stupidità, la vuotezza e la poca lungimiranza della cultura occidentale moderna?

    -D.

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