sabato 19 novembre 2011

Agra

Usciti dall'aeroporto, ci attende Satish, un ragazzo indiano amico di Hashim (lo sposo), che sarà la nostra guida nei nostri primi due giorni in India. Raggiungiamo il taxi che abbiamo noleggiato e iniziamo il viaggio verso Agra, la città del Taj Mahal.
Quando in Cile si esce nel salone degli arrivi dell'aeroporto di Santiago si viene immediatamente assaliti da decine di tassisti che cercano di offrire un passaggio ben retribuito fino alla capitale. L'aeroporto di Delhi, invece, è pattugliato da militari e poliziotti armati fino ai denti e si può accedere all'interno soltanto se si dispone del biglietto d'aereo, perciò il nostro primo impatto con l'India è abbastanza tranquillo. Solo lungo la strada cominceremo a scorgere i primi particolari rivelatori: le scimmie che si rincorrono, i bambini che ai semafori compaiono esibendo dei serpenti e offrendoti di scattare una foto in cambio di alcune rupie.
Lungo la strada per Agra il traffico è ingarbugliato e si può sorpassare da qualunque direzione, l'importante è suonare il clacson a ripetizione per affermare la propria presenza. Ai lati della strada, ci sono persone che camminano con lo sguardo perso, e paiono senza una meta e senza un'origine. Di tanto in tanto compaiono piccoli abitati fatiscenti, quasi dimenticati lungo la strada come palline di sterco di capra cadute per caso in quel punto, cacate lì da Shiva o da qualche altro dio, indù o musulmano che importa. Intorno alle misere baracche giacciono uomini distesi intendi a chiacchierare o a fissare i mezzi di passaggio senza vederli veramente. Le donne sono le uniche che sembrano muoversi con un'occupazione, trascinandosi pesanti ceste di pietre o di letame, o cumuli di erba, o giare d'acqua. Ad una quarantina di chilometri da Agra ci fermiamo a visitare la fortezza Fatehpur Sikri, che fu costruita da Akbar, uno dei più importanti sovrani Moghul. La dinastia musulmana dei Moghul regnò nel nord dell'India per alcune centinaia d'anni dal quindicesimo secolo circa fino all'arrivo dell'Impero Britannico.
Akbar fu, pare, un sovrano capace e scaltro: oltre ad usare la forza per sconfiggere i nemici allargando e consolidando i confini del suo regno, seppe usare con sapienza l'islamico diritto alla poligamia, sposando una moglie musulmana, una moglie indù ed una cattolica, risparmiandosi in questo modo un sacco di problemi legati alla religione. A Fatehpur Sikri, infatti, oltre alla moschea c'è uno spazio per la preghiera comune.
Ad Agra arriviamo quando è già buio, e raggiungiamo il nostro hotel che è perso nel mezzo di mille tetti di altrettante casette scrostate ammassate l'una all'altra, nella parte vecchia della città, a circa cinquecento metri dal Taj Mahal, la cui figura riusciamo a intravedere nella notte nonostante la fitta bruma. L'albergo è decente, e sebbene non ci abbiano dato le stanze che avevamo prenotato ci accontentiamo e dopo cena filiamo a dormire.
Il giorno dopo ci alziamo alle 6 per vedere il Taj Mahal all'alba dal tetto dell'albergo. L'umidità del mattino è ancora abbastanza densa, però riusciamo a scorgere il palazzo che appare sfocato come un sogno da Mille e Una Notte. Dopo colazione, andiamo a visitarlo. Mentre aspettiamo che il nostro taxi ci venga a recuperare, ci troviamo per alcuni minuti nella stradina tortuosa e affollata che passa davanti all'albergo. Passano bambine che vanno a scuola, carretti di frutti, di acqua, biciclette, automobili, mucche, mendicanti. A parte le bambine, che con le loro divise ordinate hanno un aspetto molto dignitoso e compito, tutti gli altri sono lerci, sputano, tirano su col naso (soffiarselo è maleducazione in India) e si trascinano con durezza nelle loro attività quotidiane. Noi, tutti pulitini con le nostre valigione da turisti, stoniamo come un rapper in un convento di clausura. Ci si sente colpevoli di qualcosa. Più sporchi dei passanti proprio perché più puliti. Un senso di vedere il magro giorno della sua gente attorno dalla prima classe del treno pieno di signori. Questa sensazione mi accompagnerà per tutto il viaggio, e forse mi accompagna ancora.

Il Taj Mahal è una di quelle meraviglie incredibili davanti alle quali si può solo tacere. Come le piramidi, come Santa Maria del Fiore, come tutte quelle opere monumentali che sono talmente enormi e perfette da sembrare possibili solo nell'immaginazione. Fu commissionato dal signore Shah Jahan come mausoleo per la moglie, che morì dando alla luce il loro quattordicesimo figlio. La guida che ci accompagna, ma in particolare Satish, sono una miniera di storie e leggende legate a questo sovrano e al palazzo (Mahal) della corona (Taj). Fu costruito in 22 anni impiegando marmo bianco e nero ed arenaria rossa, materiali fatti giungere da ogni angolo del regno. Ai quattrocento artigiani impegnati nelle decorazioni, perché fosse loro impossibile realizzare nella loro vita qualcosa di più bello, furono tagliate le mani a compimento dell'opera. L'architetto responsabile della costruzione, conoscendo il suo destino, prima dell'esecuzione disse che aveva un'ultima miglioria da apportare. Entrò nel palazzo e, in un luogo tutt'ora sconosciuto, incise un minuscolo buco dal quale ancora oggi, nella stagione dopo le piogge, entra dell'acqua che ricopre il pavimento del Tajma.
L'idea di Shah Jahan era di far costruire un secondo Taj Mahal sull'altra sponda del fiume, identico al primo ma in marmo nero. Il figlio però, preoccupato che non gli rimanesse nulla del tesoro reale a causa degli sperperi paterni, depose il padre e lo chiuse in una prigione dorata nel Forte di Agra, a circa un miglio di distanza. Il Forte è un altro luogo stupendo, con tre linee di mura da attraversare prima di arrivare al centro, lungo un percorso in salita e a forma di esse che rende ardua la conquista da parte di qualunque invasore.
Terminata la visita, della quale presto o tardi compariranno delle foto, montiamo di nuovo in macchina e torniamo verso Delhi, dove arriveremo in serata.

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