Questo solo dato dovrebbe dire molto. Non puoi pensare di mettere venticinque milioni di persone nello stesso posto e pensare che la loro vita sia facile. Infatti Delhi brulica e freme di vita in un modo impressionante, come non avevo mai visto prima. Dicono che New York sia la citta` che non dorme mai, e forse e` vero, non essendoci mai stato non posso confermare. Certamente questa definizione e` valida per Delhi. Le strade sono sempre intasate dal traffico, poiche` qui non valgono le normali regole della circolazione. I semafori servono a dare un'indicazione di massima: se e` verde, in linea di principio puoi passare, se è rosso, puoi passare lo stesso ma ti conviene stare piu` attento, e in ogni caso vince chi è più deciso e pesta sul clacson per primo e con piu` violenza. In alcuni punti ci sono dei cartelli che ricordano "Lane driving is safe driving", ma nessuno da bada, né ai cartelli né tantomeno alle corsie, che rappresentano un modo come un altro per decorare l'asfalto. Ovunque si muovono automobili, autobus, autorisciò, carretti a pedali, biciclette, pedoni... come se le formiche di un formicaio improvvisamente decidessero di muoversi ognuna di testa propria anziche` secondo l'ordine prestabilito, non so come, dalla natura.
Benchè Delhi sia la capitale, e per molti aspetti una citta` moderna, essere bianchi qui e` ancora bizzarro, forse affascinante, per molte persone. Percio` capita di essere fissati insistentemente, o che qualcuno ci scatti una fotografia. Un episodio divertente e` capitato al mausoleo di Humayun, un complesso di tombe costruite dalla dinastia Moghul, dove una sessantina di bambine di una scolaresca, passandomi vicino, mi ha stretto la mano salutandomi in inglese.
Ai mercati, i venditori sono particolarmente insistenti con noi perche` siamo evidentemente turisti ed evidentemente facoltosi. Lo stesso vale per i mendicanti, che gli Indiani trattano con durezza e forse anche disprezzo, mentre a noi non possono che suscitare pena. Girare per Delhi è faticoso, perché in ogni istante il cervello riceve un'enorme quantità di stimoli ed è difficile, se non impossibile, prestare attenzione a tutto. Troppe cose succedono ogni istante, troppe persone si muovono, troppe voci si agitano, troppi colori appaiono e scompaiono, troppi odori aggrediscono le narici. Per andare dal Forte di Delhi alla Moschea, la più grande d'India, bisogna percorrere circa cinquecento metri. In una giornata normale, serve almeno mezz'ora. Almeno centomila persone si aggirano in quel tratto di strada, e le bancarelle invadono lo stretto marciapiede costringendoti a camminare in strada, dove tutti i mezzi di traporto possibili conquistano centimetro per centimetro a colpi di clacson e manovre ardite, imbottigliati in un inarrestabile serpentone di traffico. Quando finalmente raggiungiamo il viale d'accesso pedonale alla moschea e ci facciamo strada tra altre bancarelle siamo stremati . L'unica vera dote necessaria per visitare l'India è un'incrollabile perseveranza. Sui gradini che ascendono alla Moschea c'e` un morto. Non esiste un modo delicato per dirlo. All'inizio sembra uno dei tanti mendicanti che tendono la mano rotolandosi distesi in terra. Uno di quelli che dopo un po' impari a non guardare, perché se incroci lo sguardo devi per forza lasciare del denaro o ti porti quegli occhi dentro per sempre.
E' difficile essere obiettivi nel raccontare Delhi. E' difficile elencare come se niente fosse le meraviglie dell'architettura Moghul, della moschea, del Red Fort, quando ad ogni nostro passo siamo stati accompagnati dalla miseria e dalla povertà, dal loro caratteristico odore acre che ti entra nella pelle e non ti lascia più. Delhi, probabilmente l'India tutta, è questo: grandezza e rovina, miseria e sfarzo. Uno di fronte all'altro. Guardandosi come da due binari paralleli. E noi in mezzo a fare da irrealizzabile raccordo.
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