martedì 17 gennaio 2012

Storie di animali, uomini e giocattoli (IV)

Questa storia ce l'ho in mente da alcuni anni. Alla fine l'ho scritta. Non saprei dire da dove sia saltata fuori, magari non è originale, forse viene da qualche cosa che ho letto o visto.


E dire che da piccolo avrebbe voluto fare il postino, stava pensando mentre scendeva dal centocinquantesimo piano del 4o Wall Street Building dove era rimasto a lavorare fino a pochi minuti prima. Gli piaceva l'idea di arrivare in un piccolo borgo di campagna, o di montagna meglio ancora, e di consegnare la posta alle persone. Immaginandosele in attesa di una lettera da qualche parente lontanto, o il messaggio di un innamorato, o chissà cosa. Un modo semplice di portare della gioia agli altri, soltanto recapitando ciò che loro stavano aspettando forse da giorni. Passò il centesimo piano. Si figurava il loro sorriso vedendolo alla porta con la lettera in mano, l'occasione di scambiare due chiacchiere con loro, magari persino di ricevere un invito ad entrare per un caffè, e ciò soltanto per quella piccola gioia, attesa o inaspettata, che lui avrebbe portato.
Arrivò al novantaduesimo piano.
Invece la sua vita era andata diversamente da quel sogno di gioventù, forse un po' ingenuo e delicato, troppo per il mondo reale. Aveva studiato. Con impegno e dedizione, perché i suoi genitori ci tenevano molto e su quello erano intransigenti: prima il dovere, poi il piacere. Forse da piccolo non aveva fatto le cosiddette "scuole migliori", ma si era sempre distinto per la serietà e la costanza, e perciò aveva fatto strada. Aveva vinto una borsa di studio per frequentare una delle più famose scuole superiori dello Stato, e da lì dritto dritto alla facoltà di economia più rinomata degli Stati Uniti, e quindi del mondo.
Arrivò al settantaseiesimo piano.
Il passo successivo fu diventare broker, fare la gavetta telefonando a tappeto alla gente per convincerla a investire in alcuni titoli piuttosto che in altri. Settantesimo piano. E poi, con un po' di fortuna e molta abilità farsi conoscere da clienti sempre più facoltosi, i «pesci grossi», come li chiamavano in ufficio. Sessantesimo piano. Una volta agganciato il pesce grosso, a saper manovrare la lenza la strada diventa in discesa. Cominciarono ad arrivare un sacco di soldi, affari sempre più lucrosi, si finisce veramente a credere che il denaro sia un volano per altro denaro, e più ne accumuli più ne continui ad accumulare. Quarantesimo piano. Che poi lui non era veramente interessato a diventare così ricco, in effetti aveva molto più di quanto potesse riuscire a spendere anche volendo permettersi tutto ciò che desiderava, ed i colleghi del club gli dicevano che mancava di fantasia. Trentunesimo piano. Si era semplicemente trovato in quella situazione ad applicare le conoscenze che aveva appreso, e si era dimostrato piuttosto bravo. Il fatto di essere bravo gli piaceva, spingendolo a continuare. Diciottesimo piano. E poi quella storia dei mutui subprime, con cui si poteva fare un sacco di soldi senza fatica. Quindicesimo piano. La cosa all'inizio non lo convinceva, tredicesimo piano, aveva iniziato la sua carriera gestendo i fondi dei piccoli risparmiatori, sapeva che dodicesimo piano scommettendo poco non si può vincere molto undicesimo piano, a meno di non rischiare molto, decimo piano, ma rischiando molto si può anche perdere tutto, nono piano. Ottavo piano. Ma volle provare, settimo piano, e dopo un periodo iniziale, sesto piano, in cui tutto andò molto bene, poi di colpo l'impalcatura crollò, quinto piano, e chi su quell'impalcatura stava costruendo una nuova fortuna, quarto piano, crollò con essa. Terzo piano. Cosa feriva di più? Aver perso tutto ed essere repentinamente senza un soldo dopo anni di lusso, secondo piano, od essersi sbagliato, prima ed unica volta, ma di grosso? Mentre rifletteva, passato il primo piano, pensò ai suoi genitori, alla sua famiglia.
Poi si sfracellò al suolo.

1 commento:

  1. http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=8j4OnLux6BM#t=60s

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