Premessa: mi scuso con Mene che non sopporta i post in cui pontifico, questo è uno di quelli, e ringrazio Luca per essere uno dei miei principali fornitori di informazioni da un punto di vista non convenzionale.
Sono sempre stato un grande sostenitore di Wikipedia, sia perché è uno strumento che uso molto spesso sia perché, in assoluto, mi piace molto la filosofia di cooperazione che ne sta alla base. « Our shared knowledge, our shared treasure » recita uno degli slogan promozionali della raccolta fondi avviata perché il progetto si possa sostenere da sé e, nonostante tutti gli errori e forse le sciocchezze che vi si possono trovare, Wikipedia possa rimanere libera e di tutti. La conoscenza, il nostro bene comune da preservare, come un bosco sacro. Bene. Mai avrei immaginato che sarei giunto ad odiarla.
Odiarla ovviamente non in quanto tale, ma per ciò che rappresenta e per i suoi effetti collaterali.
Prendo Wikipedia come simbolo della facilità con cui è possibile reperire informazioni su internet (potrei accusare internet in generale, sarebbe ugualmente simbolico e ugualmente sciocco).
Informazioni che non è detto siano corrette, parziali, o totalmente sbagliate.
Ma facili da ottenere, e in quantità industriale.
Questa facilità, in linea di principio, è un bene. Un tesoro eccezionale, tutta la conoscenza umana a portata di mano e gratuita. Un'arma a doppio taglio, e per molti motivi.
Innanzitutto, per la facilità con cui si possa diffondere falsità, in buona o cattiva fede.
L'esempio più lampante degli ultimi giorni è la storia di Joseph Kony. Un criminale internazionale, sul cui capo pendono non so quante denunce all'Onu per crimini contro l'umanità commessi in Africa, tra Uganda e Repubblica del Congo, assolutamente sconosciuto al 99% della popolazione, improvvisamente diventa famosissimo grazie a un video di mezz'ora pubblicato su Facebook (questo sì, uno dei mali del mondo) da una sedicente ONG dall'evocativo nome "Invisible Children". Le informazioni contenute nel video non sono false. Sono parziali, ed esposte in modo talmente superficiale da far diventare l'intera operazione una truffa. Qui un articolo serio sull'argomento, e un video divertente.
Quindi, problema numero 1: in presenza di così tanta abbondanza di informazioni, di chi ci si deve fidare? La regola d'oro sarebbe controllare le fonti, ma uno che ne sa se una fonte è attendibile o no? Come si fa a valutare? Ad un certo punto diventa questione di fede: io credo a Tizio, qualcun altro crede a Caio.
Altro grande problema, è che Wikipedia (sempre intesa come simbolo di) può divulgare conoscenze, ma inevitabilmente non può creare cultura. Mi spiego meglio. Giunto al mio terzo anno di dottorato, posso fregiarmi di aver studiato per ventidue anni, tredici a scuola, cinque all'università, uno di limbo non retribuito all'OATs, due qui in Olanda (l'anno che manca per fare ventidue sono le vacanze). Specialmente gli ultimi otto sono serviti ad inculcarmi, se non altro per esserci stato immerso, il metodo scientifico che è stato sviluppato in millenni di storia e particolarmente da Galileo in poi. Se mi riuscirà di continuare questo mestiere, passerò sostanzialmente la mia vita studiando, perché fare ricerca gira e rigira altro non è se non studiare. Ora questo non fa di me una persona migliore, o speciale, o alcunché. Però fa di me una persona con un certo bagaglio culturale, diverso da quello di persone che non sono andate all'università, o hanno frequentato corsi diversi. Ci sono voluti anni. Ora io non è che penso di poter diventare un economista andando a leggermi le pagine di Wikipedia su Marx, Keynes e Adam Smith.
Però sembrerebbe invece che per poter discettare di buchi neri, di AIDS e HIV, di energia nucleare, basti consultare un paio di pagine web. Se poi si commette l'errore madornale di rispondere ai commenti più deliranti agli articoli dei quotidiani online si finisce invischiati in discussioni assurde nelle quali non esistono argomenti possibili per convincere i nuovi esperti che hanno le idee piuttosto confuse. Che non siamo tutti servi delle multinazionali, che non vogliamo tutti distruggere il mondo dopo aver seviziato a una a una ogni creatura vivente, animale o vegetale, che lo popoli.
I ventidue anni di studio non sono serviti ad imparare delle nozioni specifiche (fosse così, sai che fallimento): sono serviti piuttosto ad imparare che per sostenere una tesi servono argomentazioni solide, dati certi, riproducibili o falsificabili, precisione di linguaggio. E se voglio che la mia tesi prevalga in una discussione il mio ragionamento deve essere il più stringente e il meglio motivato. Altrimenti "vince" il mio interlocutore ed io posso essere convinto oppure spronato a cercare argomenti migliori per un futuro "scontro". Ma invece no, per questa categoria di nuovi interneruditi l'unica possibilità è il muro contro muro, lo scontro tra due tifoserie nemiche, la loro ragione contro la nostra malafede.
Però se devono farsi fare un intervento a cuore aperto sono certo che vanno a cercare il miglior cardiochirurgo in circolazione, non entrano nella bottega di Gigi Pirola dopo che ha letto la pagina di Wikipedia sui bypass aorto-coronarici. Perché dovrebbe essere diverso per la fisica o la biologia?
Eppure tant'è. Il punto non è essere rispettati perché si ha studiato tanto (se è per quello i cretini esistono in generosa quantità anche tra i professori), il punto è l'aver assimilato, volenti o nolenti, un metodo. Un modo di porsi rispetto alla realtà e alle altre persone, che secondo me è indispensabile per poter intraprendere delle discussioni sensate. Senza di quello, tanti cari saluti all'ottimismo per la conoscenza gratuita e disponibile a tutti.
Sono sempre stato un grande sostenitore di Wikipedia, sia perché è uno strumento che uso molto spesso sia perché, in assoluto, mi piace molto la filosofia di cooperazione che ne sta alla base. « Our shared knowledge, our shared treasure » recita uno degli slogan promozionali della raccolta fondi avviata perché il progetto si possa sostenere da sé e, nonostante tutti gli errori e forse le sciocchezze che vi si possono trovare, Wikipedia possa rimanere libera e di tutti. La conoscenza, il nostro bene comune da preservare, come un bosco sacro. Bene. Mai avrei immaginato che sarei giunto ad odiarla.
Odiarla ovviamente non in quanto tale, ma per ciò che rappresenta e per i suoi effetti collaterali.
Prendo Wikipedia come simbolo della facilità con cui è possibile reperire informazioni su internet (potrei accusare internet in generale, sarebbe ugualmente simbolico e ugualmente sciocco).
Informazioni che non è detto siano corrette, parziali, o totalmente sbagliate.
Ma facili da ottenere, e in quantità industriale.
Questa facilità, in linea di principio, è un bene. Un tesoro eccezionale, tutta la conoscenza umana a portata di mano e gratuita. Un'arma a doppio taglio, e per molti motivi.
Innanzitutto, per la facilità con cui si possa diffondere falsità, in buona o cattiva fede.
L'esempio più lampante degli ultimi giorni è la storia di Joseph Kony. Un criminale internazionale, sul cui capo pendono non so quante denunce all'Onu per crimini contro l'umanità commessi in Africa, tra Uganda e Repubblica del Congo, assolutamente sconosciuto al 99% della popolazione, improvvisamente diventa famosissimo grazie a un video di mezz'ora pubblicato su Facebook (questo sì, uno dei mali del mondo) da una sedicente ONG dall'evocativo nome "Invisible Children". Le informazioni contenute nel video non sono false. Sono parziali, ed esposte in modo talmente superficiale da far diventare l'intera operazione una truffa. Qui un articolo serio sull'argomento, e un video divertente.
Quindi, problema numero 1: in presenza di così tanta abbondanza di informazioni, di chi ci si deve fidare? La regola d'oro sarebbe controllare le fonti, ma uno che ne sa se una fonte è attendibile o no? Come si fa a valutare? Ad un certo punto diventa questione di fede: io credo a Tizio, qualcun altro crede a Caio.
Altro grande problema, è che Wikipedia (sempre intesa come simbolo di) può divulgare conoscenze, ma inevitabilmente non può creare cultura. Mi spiego meglio. Giunto al mio terzo anno di dottorato, posso fregiarmi di aver studiato per ventidue anni, tredici a scuola, cinque all'università, uno di limbo non retribuito all'OATs, due qui in Olanda (l'anno che manca per fare ventidue sono le vacanze). Specialmente gli ultimi otto sono serviti ad inculcarmi, se non altro per esserci stato immerso, il metodo scientifico che è stato sviluppato in millenni di storia e particolarmente da Galileo in poi. Se mi riuscirà di continuare questo mestiere, passerò sostanzialmente la mia vita studiando, perché fare ricerca gira e rigira altro non è se non studiare. Ora questo non fa di me una persona migliore, o speciale, o alcunché. Però fa di me una persona con un certo bagaglio culturale, diverso da quello di persone che non sono andate all'università, o hanno frequentato corsi diversi. Ci sono voluti anni. Ora io non è che penso di poter diventare un economista andando a leggermi le pagine di Wikipedia su Marx, Keynes e Adam Smith.
Però sembrerebbe invece che per poter discettare di buchi neri, di AIDS e HIV, di energia nucleare, basti consultare un paio di pagine web. Se poi si commette l'errore madornale di rispondere ai commenti più deliranti agli articoli dei quotidiani online si finisce invischiati in discussioni assurde nelle quali non esistono argomenti possibili per convincere i nuovi esperti che hanno le idee piuttosto confuse. Che non siamo tutti servi delle multinazionali, che non vogliamo tutti distruggere il mondo dopo aver seviziato a una a una ogni creatura vivente, animale o vegetale, che lo popoli.
I ventidue anni di studio non sono serviti ad imparare delle nozioni specifiche (fosse così, sai che fallimento): sono serviti piuttosto ad imparare che per sostenere una tesi servono argomentazioni solide, dati certi, riproducibili o falsificabili, precisione di linguaggio. E se voglio che la mia tesi prevalga in una discussione il mio ragionamento deve essere il più stringente e il meglio motivato. Altrimenti "vince" il mio interlocutore ed io posso essere convinto oppure spronato a cercare argomenti migliori per un futuro "scontro". Ma invece no, per questa categoria di nuovi interneruditi l'unica possibilità è il muro contro muro, lo scontro tra due tifoserie nemiche, la loro ragione contro la nostra malafede.
Però se devono farsi fare un intervento a cuore aperto sono certo che vanno a cercare il miglior cardiochirurgo in circolazione, non entrano nella bottega di Gigi Pirola dopo che ha letto la pagina di Wikipedia sui bypass aorto-coronarici. Perché dovrebbe essere diverso per la fisica o la biologia?
Eppure tant'è. Il punto non è essere rispettati perché si ha studiato tanto (se è per quello i cretini esistono in generosa quantità anche tra i professori), il punto è l'aver assimilato, volenti o nolenti, un metodo. Un modo di porsi rispetto alla realtà e alle altre persone, che secondo me è indispensabile per poter intraprendere delle discussioni sensate. Senza di quello, tanti cari saluti all'ottimismo per la conoscenza gratuita e disponibile a tutti.
Sei proprio uno specista.
RispondiEliminae cosa sareebbe uno specista?
RispondiEliminaMi spiace di leggere solo adesso, manco a me stessa da molto tempo.
RispondiEliminaSai esprimerti molto bene e mi servirebbe troppo impegno per interagire con te proficuamente...(soprattutto con questo piccolo cell t.s.) Ma con splendida sintesi terminologica *bru* ha interagito con affetto e intelligente ironia.
Ciao zmat
Piú che specista, stai attento che se segui troppe fonti non convenzionali, alla fine diventi stragista, a favore del nucleare, ovviamente militare ... ma non impari l'olandese, sta'tento!
RispondiElimina