Circola da qualche settimana in rete questo scritto di Elsa Morante.
"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di
delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la
condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?
Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per
interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva
naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al
forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve
scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il
suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma
di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.
Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito
di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue
maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il
buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia
è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo
esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto,
cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario,
buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che
disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di
profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come
ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il
personaggio che vuole rappresentare."
Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a Mussolini...
Sebbene possa sembrare che lo scritto della Morante additi principalmente ad un possibile paragone tra Silvio Berlusconi e Benito Mussolini (e quindi ad un giudizio sul nostro attuale capo del governo) mi sembra che possa essere piuttosto e soprattutto un'analisi della mentalità del popolo italiano.
RispondiElimina-D.
Lo scritto, del 1 maggio 1945, è in Pagine autobiografiche postume, pubblicate in "Paragone Letteratura", n. 456, febbraio 1988
RispondiEliminaCosì almeno risulta da un sito RAI. Ma il testo è stato pubblicato in moltissimi siti ultimamente.
Le analogie tra B. e M. sono sempre state così evidenti da apparire troppo facili e scontate per essere accettate come veramente plausibili e provocare una reazione conseguente da parte di tutti coloro che pensano di appartenere a una società più moderna e avanzata e che il fascismo sia un fenomeno unico, frutto di condizioni storiche proprie di un passato irripetibile.
RispondiEliminaIl fatto è invece che, così come avviene per la maturazione di ogni essere umano, non c'è progresso nello sviluppo di una società senza una onesta e disincantata riflessione sull'esperienza vissuta. Questo da noi non è avvenuto. Per la generazione nata nel dopoguerra la storia del ventennio fascista è stata pietosamente nascosta, quando non edulcorata, o presentata in forma caricaturale e superficiale, funzionale alla rappresentazione retorica della rinascita dello stato italiano dalle rovine della seconda guerra mondiale.
A caldo, subito dopo avere subìto le conseguenze più o meno drammatiche delle proprie azioni, può essere giustificato il fatto di non riuscire ad esprimere un giudizio sereno ed equilibrato sul proprio passato e comprensibile perfino il desiderio di dimenticare le cose più sgradevoli e umilianti.
Ma alla lunga, se ci si accontenta di una ricostruzione superficiale, frettolosa e di comodo della propria storia, persoanale o collettiva, si finisce per rimuovere la realtà vissuta e per lasciare intatte le condizioni che l'hanno generata.
A quel punto non solo non c'è niente di strano, ma è del tutto naturale e istintivo tornare a ripercorrere la stessa strada che è stata già percorsa.
E poi si riscopre l'incredibile attualità del pensiero di coloro che quella strada l'avevano già sperimentata, conosciuta e descritta
Eppure c'è qualcosa di diverso da allora. La costituzione da rispettare e introiettare che è uno strumento di difesa da qualsiasi potere assoluto. Non è stata una concessione ma una conquista per aprire e sviluppare la democrazia. Debole negli anni successivi non è stato lo studio del fascismo (la rovina e la vergogna e la sofferenza erano memoria viva di ciascuno) ma lo sudio della costituzione come educazione ad essere responsabili nella libertà e nella costruzione di una democrazia, costume collettivo di popolo fino ad allora ignoto in Italia.
RispondiEliminaIo negli anni della scuola media e liceo venivo derisa perchè mi appassionavo allo studio dell'educazione civica, della costituzione. Mi dicevo: ma quanto c'è da lavorare nella società per farla evolvere e per attuare la visione democratica prefigurata e fondata nella nostra costituzione!
Trovo deviante lo studio del fascismo senza tener conto che non solo non avevamo questa costituzione ma neanche una monarchia con Magna Cartha. Ma è certo che questo 'detto Carnera' (con il suo esteso e pervasivo sistema di complce potere) è un eversore del metodo democratico e un traditore del popolo che lui, considerando gli italiani come bambini, molesta abusa e depreda come fanno i pedofili.